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Per comprendere la repentina accelerazione voluta da Renzi nel provocare la fine del governo Letta sono state fatte diverse ipotesi. Per alcuni organi d’informazione (Il Foglio, Critica sociale) la scelta del sindaco di Firenze si spiegherebbe in termini storico-materialistici. Fra poco ci sono da fare le nomine in quaranta grandi enti pubblici (e molte altre in enti minori). Senza crisi di governo la scelta dei nominandi sarebbe toccata ad  Enrico Letta.

Altri, più numerosi, analisti hanno riportato la crisi attuale a un fattore di carattere strutturale: l’incapacità della sinistra italiana a far convivere in modo costruttivo leadership diverse. A tal proposito si è richiamato l’infausto ribaltone del 1998 quando Prodi, azzoppato da un colpo di mano parlamentare, non ebbe piena solidarietà dalle varie componenti dell’Ulivo ma fu sostituito in corsa da D’Alema. Se questo è l’episodio più grave anche in seguito i democratici non hanno brillato per coesione del gruppo dirigente. Basti pensare al duello tra lo stesso D’Alema e Veltroni, o alla rivalità tra il Veltroni eletto segretario a furor di primarie e il Prodi premier. In questa sede anziché pronunciarci in un senso o nell’altro, vogliamo richiamare l’attenzione su di un altro aspetto che fa riaffiorare una continuità negativa della vita politica italiana.

La vita politica dell’Italia repubblicana si è sempre caratterizzata per il suo carattere indiretto. Una democrazia bloccata in cui i governi non erano decisi dalla volontà degli elettori, bensì dalle segreterie dei partiti. In particolare erano gli equilibri interni della Democrazia cristiana (inossidabile azionista di maggioranza di tutte le compagini governative) a stabilire la durata e la composizione dei governi. L’avvento di Berlusconi ha messo in crisi questo schema di riferimento, affermando un nesso forte tra voto popolare e governo. Grazie a questo cambiamento l’Italia, per la prima volta in centocinquanta anni, ha anche conosciuto l’alternanza di governo. Tuttavia, in mancanza di una riscrittura della forma di governo, questa innovazione è rimasta precaria, sempre insidiata dal continuismo doroteo.

Subito dopo la vittoria alle primarie Renzi ha proclamato che mai sarebbe andato a palazzo Chigi senza una larga investitura popolare. L’impegno per imporre in tempi brevi una nuova legge elettorale non proporzionale nell’impianto (da combinare con una doverosa riforma del bicameralismo) sembrava confortare robustamente questa intenzione.

Il ragionevole scenario di nuove elezioni nel 2015, una volta fatta l’indispensabile manutenzione istituzionale, è stato sconvolto dall’aut aut posto a Letta. In questo modo Renzi, contraddicendo quanto detto finora, diventa presidente del consiglio senza il conforto delle urne. Non è un problema di coerenza personale, ma di regolo del gioco. Con questa crisi riemerge il tratto più arretrato della costituzione materiale dorotea: governi decisi da manovre di palazzo. Con una nota peggiorativa, semmai. Lo schema doroteo poteva funzionare con dei partiti vitali e legittimati. Senza partiti forti quello schema ha difese immunitarie assai più deboli, ed è esposto fortemente al contagio trasformistico. Non mi pare un buon viatico per il patto costituente che il premier in pectore annuncia.
 

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