Contro Pera Teodori usa toni da sagrestia

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 | 09 Febbraio 2008

 Massimo  Deodori, su ‘La Stampa’ dell’8 febbraio, sferra un veemente attacco, degno di miglior causa, contro il Centro Mario Pannunzio di Torino, per aver invitato Marcello Pera a tenere una lezione sulle Passioni di Tocquevillle , un saggio memorabile del fondatore de ‘Il Mondo’ che il compianto Nicola Matteucci volle ripubblicare sulla sua rivista ‘Il Mulino’.Il laicismo di Pannunzio, scrive indignato Teodori, . Dispiace molto doverlo rilevare ma questo è parlare in puro stile sagrestano, sia per ciò che non si dice, sia per ciò che si stravolge. Innanzitutto, un lettore medio del quotidiano torinese potrebbe essere indotto a ritenere, dal momento che non si fanno i nomi, che il relatore del Centro Pannunzio sia un qualche deputato o senatore di ‘Forza Italia’ o un qualche columnist di ‘Libero’ o del ‘Giornale’—quotidiano sul quale Teodori  pubblica editoriali che condivido quasi sempre—desiderosi di darsi una patente di ‘intellettuale’.E invece l’invitato—riconosciuto solo da quanti hanno dimestichezza col politichese e seguono costantemente le cronache politiche—è l’ex Presidente del Senato, Marcello Pera, al quale, nell’invito—si badi bene—si conferisce come unico titolo quello di professore ordinario dell’Università di Pisa. Allievo di uno dei più prestigiosi docenti cattolico-liberali del dopoguerra, Francesco Barone, lo studioso che contribuì a far entrare nell’accademia italiana il neopositivismo logico, Pera, a sua volta, è stato il più fine e acuto esegeta di Karl Popper, la cui ‘scienza su palafitte’ esaminò in un saggio considerato, a tutt’oggi, un testo fondamentale per conoscere il pensiero del maggiore filosofo della scienza del Novecento. Particolari irrilevanti? Pera dev’essere consegnato al ricordo dei posteri come semplice ‘esponente di Forza Italia’? E non ha nessuna carta in regola per parlare sia di Tocqueville sia di quel Mario Pannunzio che volle essere sepolto con una copia de I Promessi Sposi? In realtà, il rapporto tra il liberalismo e la religione è particolarmente complesso, come ho cercato di dimostrare in saggi e in articoli—pubblicati anche sull’Occidentale--, e per un John S. Mill dichiaratamente ateo, troviamo il fior fiore dell’intellighentsia liberale francese (ma anche inglese, tedesca e italiana) dell’Ottocento pensosa dinanzi alla dimensione religiosa dell’esistenza e timorosa che il suo tramonto nelle coscienze avrebbe potuto mettere in pericolo la civiltà europea, nata dalle grandi ‘rivoluzioni atlantiche’: Emblematici, a questo riguardo, i casi di Benjamin Constant e di Tocqueville, due teorici che, a differenza dell’autore di On Liberty, non avrebbero mai potuto apprezzare l’Organisation du Travail del socialista e statalista Louis Blanc.(Ma il ‘liberalismo’ di Mill conteneva una dimensione libertaria che, per riprendere note tassonomie concettuali di Friedrich Hayek e di Bruno Leoni, lo rendeva più congeniale ai seguaci dell’individualismo razionalistico che ai liberali classici, seguaci dell’individualismo irrazionalistico).

 Ma, tralasciando queste esegesi storico-filosofiche, che si prestano così poco ad essere tenute in considerazione dai fuochisti della locomotiva politica, preoccupati solo della legna da ardere nelle loro caldaie, veniamo al punto del ‘laicismo’. Ritengo anch’io, lontano come sono dall’universo dei neo-con e dei teo-dem, che sia stato francamente eccessivo, e oltretutto di cattivo gusto, dichiarare il ‘laicismo’ peggiore dei due totalitarismi, rosso e nero, del secolo breve. Ma cosa c’entra questo con la presunta appropriazione indebita dell’eredità culturale di Pannunzio?

 Il laicismo, al quale si riferisce Pera, è quello degli ‘atei razionalisti’, dei Piergiorgio Odifreddi, delle Margherite Hack, dei Marcello Cini, dei Paolo Flores d’Arcais ovvero degli zombi dell’anticlericalismo ottocentesco oggi rimessi in circolazione anche, va riconosciuto, dalle intemperanze verbali e dall’incapacità  di self control, di illustri prelati vaticani. L’intolleranza –v. l’episodio del papa alla Sapienza--e l’ottusità mentale dei suddetti laicisti—basti leggere le loro letture storiche delle crociate, dell’Inquisizione, delle guerre di religione—sono state tali da attivare la reazione, tanto sobria quanto ferma, persino di autorevoli esponenti della sinistra radicale-- come il ministro uscente della P.I. Fabio Mussi-- marxisti, sì, ma poco propensi a prendere alla lettera il giudizio del fondatore del ‘socialismo scientifico’ sull’oppio dei popoli (giudizio che lasciano tutto a Pannella, alla Bonino, a Boselli & C.). E’ un oltraggio alla memoria del direttore de ‘Il Mondo’ prendersela con tale genia? In questi giorni, a Torino, circola una lettera di ‘illustri accademici’—Nicola Tranfaglia in testa, tanto nomini nullum par elogium—che riapre il contenzioso col Rettore della Sapienza colpevole di aver invitato Papa Ratzinger alla cerimonia inaugurale dell’anno accademico, ebbene, ci si chiede, Mario Pannunzio redivivo avrebbe firmato la protesta tranfagliesca, avrebbe inviato un bigliettino di ringraziamento a Teodori, o avrebbe deciso di andare a sentire, nascosto tra la folla, quanto su di lui si accingeva a dire Marcello Pera? Tutti possono sbagliare ma per me ,che leggevo ‘Il Mondo’ nei lontani tempi del liceo, quando Teodori navigava, a suo agio, tra le acque tempestose della protesta giovanile italiana e nordamericana, non possono esserci dubbi. Anche perché il contesto sociale e culturale nel quale Pannunzio esprimeva le sue ‘passioni laiche’ è profondamente mutato e solo la faziosità ideologica impedisce ancora di prenderne atto.

 Vediamo in che senso. Riprendendo riflessioni già accennate in altri articoli,possiamo parlare delle tre stagioni dell’anticlericalismo legittimo (ovvero giustificato dal punto di vista liberale)

 La prima è quella delle due giurisdizioni:ci sono i tribunali dello Stato e quelli della Chiesa, i primi per giudicare i delitti contro le autorità secolari, i secondi per giudicare quelli contro Dio. Ancora ai primi dell’Ottocento—si veda il bellissimo film di Roman Polanski L’ultimo inquisitore- una magistratura vescovile poteva distruggere una famiglia, un cui membro fosse sospetto di eresia. Quando Voltaire elevava il grido ecrasez l’infame sapeva bene quel che si diceva.

 La seconda stagione è, per così dire, ‘politica’: le leggi le fa lo Stato e dello Stato sono i tribunali ma alla Chiesa vengono concessi privilegi incompatibili con lo spirito moderno. E’ impensabile per un ateo o per uno scomunicato non solo accedere a uffici pubblici ma, altresì, conseguire un diploma di studio, per il quale occorre un certificato di buona condotta rilasciato dal parroco competente. L’espulsione (scandalosa) di Ernesto Buonaiuti dall’Università italiana, in seguito al Concordato, ne costituisce un esempio da manuale di diritto pubblico.

 La terza stagione, infine, ha a che vedere col sociale: ad atei e miscredenti non è negato alcun diritto di nessun genere ma una condanna del vescovo comporta il ritiro della ‘stima sociale’ nonché l’isolamento morale  dei malcapitati. Emblematica, sotto questo riguardo, la reazione sdegnata che suscitò in tutto il paese il vescovo di Prato che, durante la predica, aveva definito ‘concubini’ due parrocchiani che vivevano more uxorio senza aver contratto nozze regolari.

 Oggi, per fortuna, quelle tre stagioni sono alle nostre spalle. Da tempo, per fare un esempio significativo, professori universitari cattolici e praticanti reclutano (persino all’Università cattolica!) borsisti, ricercatori, docenti tra allievi agnostici, non credenti e spesso atei tutt’altro che devoti (a proposito, come mai non conosco un solo caso opposto, di un professore ateo che sceglie un collaboratore cattolico?): essere religioso o no, per le sue ricadute sociali, equivale ormai al fare il tifo per l’Inter o per il Milan.

 Certo molti cattolici, minoranza pur sempre ragguardevole e come tale corteggiata a destra e a sinistra, si mostrano spesso ossequienti dinanzi alle direttive dei vescovi in tutto ciò che riguarda le questioni familiari e bioetiche e, innegabilmente, per i laici, come me, tale abito mentale non è sempre una ‘ cosa buona’. Ma chi impedisce poi ai laici non di protestare contro la legittima—come quella di qualsiasi altra agenzia spirituale—‘ingerenza’delle gerarchie vaticane nella vita italiana ma di invitare quanti hanno a cuore le sorti di una società libera a non votare per l’UDC, per Clemente Mastella, per Paola Binetti? C’è qualcuno che vieta loro una propaganda elettorale alternativa a favore di candidati come Benedetto Della Vedova, Antonio Polito,  Claudia Mancina? In fondo, nessuno può vietare a Fausto Bertinotti di manifestare le sue simpatie per Chavez ma neppure può vietare ai liberali di mettere in guardia gli elettori dagli amici del populismo giustizialista sudamericano, da Franco Giordano ad Antonio Di Pietro.

 Se questo, come presumo, è lo spirito della ‘vera laicità’, oggetto dell’ironia (un po’ gratuita) di Teodori,tale spirito è l’antitesi del laicismo demonizzato da Pera, ma estraneo, altresì, allo stile liberale e aristocratico di Mario Pannunzio.

 Dubitare poi che l’ex Presidente del Senato, alla luce del suo intenso dialogo con Joseph Ratzinger, possa dirsi un erede diretto e legittimo dell’animatore del ‘Mondo’è possibile e ragionevole. Sennonché è una bella pretesa quella di esigere che sia autorizzato a parlare di Alessandro Manzoni solo un manzoniano e a parlare di Benedetto Croce solo un crociano.

 Comunque si voglia intendere il liberalismo, lo spirito di setta ne è distante anni luce.

Commenti

Caro professore, avevo, all'incirca, la sua età quando iniziai a leggere "Il Mondo". Sono sicuro che Mario Pannunzio avrebbe sottoscritto, senza toccare una virgola, le considerazioni da lei svolte sul suo scritto. Teodori, reagisce come il prof. Cini perchè è della stessa "pasta", l'unica differenza consiste nel fatto che milita nella parte opposta a quella di Cini. Pannunzio era un uomo mite e gentile, oltre ad essere un vero liberale. Conservo, come una reliquia, la sua lettera di risposta ad una mia, con la quale gli facevo conoscere il mio debito di riconoscenza per i valori che la lettura di quel glorioso settimanale aveva infuso in me.

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