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In queste settimane si è tornati a parlare della necessità di riunire il centrodestra; una discussione che non si è limitata al piano teorico, ma che ha investito da subito proposte e indicazioni di carattere più operativo. Si tratta di un’esigenza imposta anzitutto dai risultati elettorali delle recenti elezioni europee.

La somma dei voti raccolti dalle varie formazioni che si richiamano a questa area politica, infatti, è stata superiore al 30%, una cifra che (al netto dei calcoli più tecnici sui flussi elettorali e sulle astensioni) rimane del tutto concorrenziale rispetto al centrosinistra. Soprattutto in una situazione sempre più caratterizzata da una forte volatilità elettorale.

A tal proposito, senza addentrarci in una discussione di politica politicienne, si possono fare due considerazioni. La prima di metodo. Cioè riguardo alla maniera giusta di perseguire la riunificazione del centrodestra. La seconda di carattere sistemico. Intesa a valutare le ricadute positive sul sistema politico che potrebbe avere la rinnovata realtà di un centrodestra unito.

L’unità del centrodestra non si realizza promuovendo cartelli elettorali eterogenei, in cui ogni formazione politica mette dei paletti a salvaguardia della propria identità. Nel passato si è fatto più volte triste esperienza di questo con risultati sconfortanti: coalizioni rissose, scarsamente capaci di perseguire politiche riformatrici o liberalizzatrici, e inevitabilmente destinate a logorarsi in una conflittualità interna alla maggioranza.

La strada da seguire è quella di una definizione programmatica tanto sul piano istituzionale che su quello delle politiche economiche. In questo senso l’idea di rilanciare la bandiera del presidenzialismo e della riforma fiscale va nella direzione giusta. Sono i contenuti e non le pulsioni identitarie che possono rendere riconoscibile ed appetibile il centrodestra per l’elettore medio.

Questo ci porta al secondo punto del nostro argomento. I risultati elettorali del 2013 e del 2014 hanno visto una netta incrinatura dell’articolazione bipolare che il nostro sistema politico aveva assunto da circa un ventennio. I modi e le forme con cui nel centro sinistra si è affermata la leadership di Renzi non hanno invertito questa tendenza ma l’hanno confermata.

In mancanza di partiti strutturati e senza un rafforzamento dell’esecutivo la nostra vita politica appare caratterizzata da una deriva trasformista. Renzi ha definito la sua azione facendo perno su due maggioranze, una di governo e una istituzionale. A queste si sono aggiunte alcune maggioranze virtuali o potenziali, che la cronaca quotidiana ci presenta.

Quella con il Sel o con i suoi dissidenti, oppure quella con i transfughi dei Cinque stelle e ora anche con i parlamentari grillini a pieno titolo, improvvisamente ammorbiditi dall’isolamento. Una situazione, attuale e ancor più potenziale, che possiamo definire neo giolittiana, in cui è il leader che in parlamento si cerca volta a volta una maggioranza.

Questa tendenza rischia di essere irresistibile, al di là della volontà dei singoli, se non viene corretta da una iniziativa politica energica. Un centrodestra programmaticamente unito può ridare fiato alla nostra democrazia dell’alternanza che altrimenti rischia di essere travolta da una rinnovata propensione trasformista, condannando il nostro paese all’assemblearismo e alla cronica instabilità governativa.
 

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