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A dir poco surreale la lettura che la quasi totalità della stampa italiana ha fatto degli esiti del Sinodo sulla famiglia che si è concluso ieri: con un incredibile copia e incolla collettivo, il messaggio trasmesso è che d’ora in poi sarà possibile per i divorziati risposati ricevere la comunione, a seguito di un “discernimento” caso per caso, a opera dei confessori delle coppie irregolari che chiedono di accedere al sacramento. Il tutto addirittura si farebbe in nome di San Giovanni Paolo II, di cui improvvisamente abbonda nella stampa laica una citazione della Familiaris Consortio, che in sole 48 ore ha trasformato il Papa polacco da punto di riferimento dell’ala “rigorista” e “conservatrice” a apripista del “tana libera tutti” della comunione ai divorziati risposati. Ci sarebbe pure da sottolineare l’involontaria comicità di chi, volendo farsi più realista del re, si spinge a parlare di “devolution” e “sussidiarietà” per quanto riguarda il papato e la dottrina (come se il Vangelo potesse essere adattato diversamente al contesto culturale locale dalle chiese dei vari paesi); una decentralizzazione che neanche Bossi nei tempi d’oro della Padania secessionista.

 

Niente di tutto questo è avvenuto.

 

Innanzitutto il documento finale è “solo” una raccolta di indicazioni del padri sinodali, che lo hanno consegnato al Papa, e sarà lui a decidere cosa farne e a dire l’ultima parola a riguardo, quella che conta. Ma soprattutto, non c’è alcuna apertura ad alcunché. Il famoso punto 85 del documento, quello che secondo i titoloni di oggi dovrebbe aprire ai divorziati risposati, quello che cita la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II, non nomina mai l’eucarestia, né altri sacramenti, ma ribadisce un criterio basilare di giudizio che la chiesa ha sempre applicato in questi casi: la differenza fra le diverse situazioni – per esempio fra chi rompe la propria famiglia per propria decisione e chi ha subìto la rottura non volendola – e il richiamo alla propria coscienza in termini cattolici, e non certo di protestante arbitrarietà.

 

Ad essere precisi, il punto della Familiaris Consortio riportato dal documento del Sinodo è il n.84, lo stesso nel quale, poche righe dopo quelle citate dai Padri sinodali, si può leggere: “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio”. Righe non ripetute espressamente nel documento finale di ieri, ma che nessun padre sinodale, e tantomeno Papa Francesco, hanno finora espunto dal magistero della Chiesa. Non è questa la sede per commentare un documento ricco e articolato come quello elaborato dal Sinodo, che comunque non si discosta in niente dai fondamentali del magistero cattolico, ma ne sottolinea e ne approfondisce molti aspetti.

 

Parlare di vittoria dell’episcopato progressista tedesco – come fa per esempio Repubblica - è poi ridicolo, oltre che falso: quella germanica è una chiesa in profonda crisi, che sta vedendo un’emorragia di fedeli analoga a quella subita negli scorsi decenni dalla cattolicità del nord Europa, ridotta al lumicino proprio a causa della sua progressiva protestantizzazione e assimilazione alla modernità. Una chiesa, quella tedesca, che si finanzia mediante una tassa pagata da chi si dichiara credente: il mancato pagamento equivale a una dichiarazione pubblica di non appartenenza alla chiesa cattolica, da cui ne consegue l’impossibilità ad accedere ai sacramenti (sepoltura compresa, a meno che non si siano espressi segni di pentimento prima di morire) per chi non versa l’obolo.

 

Commentatori maliziosi hanno motivato in questo modo l’apertura di certa gerarchia teutonica (non tutti, il Cardinale Muller, successore di Ratzinger all’ex sant’Uffizio, è sul fronte opposto) ai sacramenti ai divorziati risposati, che contribuirebbero a incrementare così le entrate.  Non è certo la prima volta che la stampa italiana – a differenza di quella straniera, che ha seguito in modo molto diverso i lavori del sinodo e soprattutto il suo esito finale – si appiattisce sulla vulgata progressista, ignorando la realtà. Succede spesso quando si parla di Chiesa. Salvo poi stupirsi e meravigliarsi quando i fatti danno torto alle opinioni e ai desideri.
 

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