La diga, gli americani e Isis

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militari italiani

Tempo fa Matteo Renzi ha fatto sapere che un contingente militare italiano di quasi cinquecento uomini sarà schierato nell’area della diga di Mosul, in Iraq, a protezione dei tecnici italiani dell’azienda Trevi di Ravenna chiamati insieme alle maestranze locali al capezzale di questa grande opera, voluta all’epoca di Saddam, costruita male, in continua manutenzione, occupata dai miliziani dello Stato islamico, che ovviamente l’hanno abbandonata ancora peggio di come l’avevano trovata.

Mosul è la seconda città dell’Iraq, con più di un milione di abitanti. Dal 2014 è sotto il controllo dell’Isis, che ha avuto tutto il tempo necessario a fortificare le sue difese e nei giorni scorsi, per non farsi mancare niente, ha decapitato un giornalista e il fratello, poliziotto, oltre ad aver distrutto le porte sacre, assire, della città. In linea di principio quello italiano sarebbe un intervento nelle corde del nostro esercito, che si è fatto spesso apprezzare all’estero per operazioni simili: aiuteremo gli iracheni a ristrutturare la diga e proteggeremo le popolazioni locali, visto che se gli argini crollassero, secondo l’Onu ma anche l’UNHCR, la conseguenza sarebbe un disastro umanitario di proporzioni “apocalittiche”. Va aggiunto però che altri sostengono che la diga non sia così a rischio e che anche sulle conseguenze di un eventuale incidente si tende a esagerare. Da chiarire il perché di questa enfasi, allora.

In ogni caso il Governo, Renzi e i media italiani per adesso hanno parlato solo di questo: l’importanza della missione italiana, la messa in sicurezza della diga, la nostra capacità di rispondere alle richieste che arrivano dalle Nazioni Unite e dall’alleato americano alla guida della Coalizione anti-Isis tra Siria e Iraq. Giungono anche notizie sulla prima missione di ricognizione effettuata da uno dei tecnici della Trevi alla diga, mentre altre fonti fanno sapere che i nostri militari, logicamente, si stanno muovendo per tempo, prendendo le misure al territorio dove si dovrebbe intervenire.

Di tutto questo si è parlato ma non è ancora chiaro se i nostri soldati partiranno o meno per Mosul, quali, quanti, per quanto tempo, se ci saranno anche dei contractor, e se è legittimo schierare dei militari a protezione di una azienda privata che fa i suoi interessi, per quanto mossi da un nobile principio e una stringente necessità.

Ma c’è un’altra cosa, forse ancora più importante di tutte quelle che abbiamo elencato fino adesso, di cui invece si parla poco e niente. L’altra questione è Mosul, appunto. Qui, infatti, sta per concentrarsi l’offensiva finale delle truppe irachene per ricacciare fuori dal Paese lo Stato islamico. Qui si combatte e si combatterà in modo sempre più intenso, tanto è vero che per coordinare l’offensiva è arrivato in queste ore a Baghdad il numero uno del Pentagono, Ash Carter.

Gli americani sono pronti a rafforzare la presenza delle loro truppe speciali nell’area, schierando anche gli elicotteri Apache; chiedono uno sforzo maggiore ai Paesi del Golfo, cercano di tirare dentro la Turchia, devono fare  i conti con il rissoso governo iracheno e le continue tensioni tra sunniti e sciiti destinate a elettrizzarsi con l’avvicinarsi del voto. Secondo boatos della stampa turca filo-Erdogan, sempre gli americani avrebbero approcciato gli ex-baathisti fedeli a Saddam, ora in forze alle milizie di Isis nella zona di Mosul, per ricondurli alla ragione e sondare il terreno prima di far scattare l’ultima fase dell’offensiva, che è già in atto da mesi.

Perché il Governo e la stampa italiana non parlano un po’ più di questo, e cioè del contesto in cui andrebbero ad operare le nostre truppe a protezione della diga? Saremmo proprio nell’occhio del ciclone, anche se l’ambasciatore iracheno in Italia rassicura, non avrete guai. L’Iraq è strategico per sconfiggere Isis, Roma e Baghdad hanno un interscambio commerciale di 4 miliardi di euro che va tutelato, siamo secondi solo agli Usa nell’addestramento degli agenti della sicurezza locale. Ma l’Iraq è lontano. Molto più lontano della Libia, da dove continuano a partire migliaia di persone che poi sbarcano in Italia, e dove c’è l’Isis, non come in Iraq ma c'è ed è combattivo. Se il governo di Baghdad è rissoso, infine, in Libia per adesso ce n’è uno solo di nome, appoggiato sostanzialmente dagli italiani e osteggiato dagli altri.

Allora viene da chiedersi: se dobbiamo impegnare i nostri soldati in missione pericolose, delicatissime, dalle conseguenze imprevedibili, in aree “combat”, come a Mosul, non sarebbe meglio concentrarli, d’accordo con l’Onu e i nostri alleati, nel processo di “state building” libico? Nel frattempo aspettiamo di capire se i cinquecento evocati da Renzi partiranno o meno per Mosul. E soprattutto se l’Isis di è davvero indebolito come dicono gli americani, convinti che l’influenza del Califfato si stia riducendo a vista d’occhio. In Iraq forse sì, ma in Libia?
       

 

CommentiCommenti 3

Persio (non verificato) said:

Io manderei Giorgio Napolitano in Libia: l'uomo che, da Presidente della Repubblica, ha di fatto obbligato il Paese a partecipare allo scempio della distruzione dello Stato libico.
Uno scempio travestito da intervento umanitario che, oltre a causare la morte di mezzo milione di libici, ha distrutto l'integrità sociale e politica del Paese, aprendo con ciò le porte a tutte le sigle dell'integralismo islamico combattente.
Senza la partecipazione attiva e passiva dell'Italia, imposta da Giorgio Napolitano, ben difficilmente francesi e inglesi avrebbero potuto da soli abbattere il regime libico.