Oltre il modello "too big to fail"

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In Europa, come nel resto del mondo occidentale, il sistema bancario sta vivendo una profonda crisi che va ad aggiungersi a quella economico-finanziaria esplosa quasi dieci anni fa e non ancora superata. Sofferenze, crediti deteriorati, fallimenti, bassa produttività, sanzioni, accorpamenti e riduzioni di istituiti bancari e filiali sono argomenti che riempiono quotidianamente le pagine dei giornali. Temi di attualità non soltanto in Italia ma anche in Germania e negli Stati Uniti. Un’utile quanto necessaria ed urgente occasione per fare un bilancio sulle scelte fin qui operate da governi e Banche centrali e soprattutto per pensare a come realizzare un assetto più avanzato e uscire da uno stallo che si protrae da troppo tempo.

Le incertezze e le difficoltà ad intravedere una ripresa effettiva della crescita economica, fortemente legate ad un modello di società alternativo imposto non più dalle ideologie ma dall’imponente rivoluzione tecnologica in corso, rendono questo compito alquanto difficile. L’esperienza accumulata in questi lunghi anni di crisi può però essere d’aiuto e, sul versante del sistema bancario, un aspetto lo chiarisce e lo rende evidente. Un sistema basato su un solo tipo di banca, la grande banca, la “banca universale” che fa tutto - sia attività di raccolta e prestito di denaro sia attività di trading e di affari (investment banking) - la banca too big to fail, insomma la banca che fino a qualche anno fa era considerata la sola possibile ed alla quale ogni diverso istituto di credito avrebbe dovuto ambire per continuare a “stare sul mercato” e a fare profitti, è un sistema destinato a fallire. Un sistema bancario strutturato soltanto su poche e grandi banche è fallimentare per sé stesso, per l’economia, per la società.

I fatti dimostrano, prima di tutto, che le dimensioni di una banca non la immunizzano dai problemi legati alla crisi economica o alla cattiva gestione. Per fare un solo esempio si può considerare la crisi che sta vivendo la Deutsche Bank. La più grande ed importante banca della Germania, esposta in derivati per un valore pari a 15 volte il Pil tedesco e a 3 volte quello europeo, si trova a dover affrontare la richiesta di 14 miliardi di dollari da parte del governo degli Stati Uniti per lo scandalo dei titoli tossici legati ai mutui venduti, negli anni passati, in modo scorretto proprio negli Stati Uniti. La sola notizia della richiesta ha prodotto uno shock non solo per la Deutsche Bank e per l’intero sistema bancario europeo, ma ha fatto tremare, inevitabilmente, le borse in tutto il mondo. I dati e le leggi dell’economia dimostrano, poi, che superato un certo limite dimensionale non esistono vantaggi economici né per la banca stessa né per l’economia. Il rapporto Liikanen - commissionato dalla Commissione Europea nel 2012 e poi messo da parte - basandosi su una ampia rassegna della letteratura economica, avvertì che oltre i 50 miliardi di attivo (banca medio-grande, non eccessivamente grande) non esiste possibilità di benefici economici legati ad ulteriori crescite dimensionali.

A questa legge se ne aggiunge un’altra di facile intuizione. Le grandi banche sono spinte, per loro natura, a massimizzare il profitto e, per le proprie dimensioni, non possono che inseguire elevati margini per realizzare dividenti di una certa rilevanza per i propri azionisti. Per questo non sono per nulla interessate a finanziare piccole e medie imprese o imprese artigiane. Queste considerazioni valgono sempre e ovunque e ancor di più in Italia dove, è bene ricordarlo, la struttura economica è incentrata prevalentemente proprio sulle Piccole e Medie Imprese (quelle con meno di 250 dipendenti) che realizzano il 70% del valore aggiunto nazionale con l’80% degli occupati complessivi delle aziende.

Sono imprese con rilevanza locale che possono mantenere elevati livelli di efficienza grazie ai circuiti virtuosi di relazioni con altre imprese e tra queste con  le banche del territorio. Sono imprese alle quali servono banche che non abbiano come unica mission la massimizzazione del profitto ma che svolgano anche una funzione sociale e senza le quali la Piccola e Media Industria italiana non avrebbero retto l’urto della crisi. Lo sviluppo delle economie locali, la promozione dell’inclusione sociale, il coinvolgimento di soci e di clienti, sono le caratteristiche di cui è connotata quella diversità delle banche del territorio e del Credito Popolare che produce un valore aggiunto al sistema, a tutti gli stakeholders e al proprio territorio.

La classe dirigente europea - come la storia, l’esperienza e la logica dimostrano - dovrebbe giungere alla consapevolezza di considerare quanto la biodiversità dei soggetti creditizi sia un bene, sia un valore da tutelare e sul quale investire. Un elemento strategico per l’intero sistema - nel nostro Paese come nel resto del mondo - ancor di più oggi che le trasformazioni, rapide e profonde, del tessuto economico ripropongono con forza la necessità del finanziamento dell’economia reale e della crescita sociale e culturale.  

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

CommentiCommenti 3

Sandro Cecconi (non verificato) said:

Il Credito Popolare soffre delle stesse mancanze del resto del settore. Per cortesia cerchiamo di non fare demagogia spicciola: quanto accaduto ultimamente ne è una dimostrazione plastica. Pertanto ragioniamo sulle motivazioni che realmente hanno influito sul degrado del sistema bancario italiano, di quelli degli altri paesi non ce ne deve interessare.
Le motivazioni di cui sopra sono: scelte scellerate di managements totalmente incapaci; scelte scellerate di appannaggi a tali managements del tutto molto ma molto superiori alle loro capacità imprenditoriali a tal punto che se andassimo ad analizzare le sofferenze, i c.d. No performing loans, potremmo scoprire la "somaraggine" pinocchiesca con cui sosno stati accordati. Se poi volessimo essere ancora più chiari allora ci accorgeremmo che molta parte di essi sono stati accordati con criteri del tutto clientelari e di natura "politica".
A tutto ciò aggiungiamo che gli amministratori continuano imperterriti a comportarsi allo stesso modo e,quindi, continuano a non convocare assemblee straordianarie per proporre aumenti di capitale adeguati per far fronte alle perdite e continuano a non tagliare del tutto o in parte la distribuzione di dividendi per ingraziarsi i soci sempre non propensi a ricorrere ad aumenti di capitali onerosi per ristabilire l'equilibrio. Per le istituzioni quotate addirittura non riescono a sfruttare neanche i periodi di euforia dei mercati credendo colpevolmente che i cicli economici favorevoli possano durare in eterno.
Queste elencate sono solo alcune delle lacune enormi del sistema bancario italiano.
Voglio aggiungere solo un'ultima considerazione: uno dei mostri introdotti negli ultimi venticinque anni è la possibilità è che hanno terze economie, ovvero quelle che si avvalgono dei servizi offerte di una banca come il credito ricevuto, possano tranquillamente detenere quote importanti di capitale sociale degli istituti di credito presso i quali usufruiscono di linee di credito consumando così un conflitto di interessi mostruoso in quanto potrebbero impedire ad aziende loro concorrenti che non siedono nei Consigli di Amministrazione di ottenere linee di credito adeguate per il funzionamento e lo sviluppo delle stesse.
A casa mia questa è pura follia!