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"Allah Akbar", sangue sulla movida di Istanbul

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 | 02 Gennaio 2017

Capodanno del terrore in Turchia, un Paese che nell’ultimo anno è stato colpito da numerosissimi attentati di svariate matrici, anche con decine di morti come l’ultimo ieri notte, quando un uomo, armato di un fucile mitragliatore ha fatto strage in uno dei locali della ‘movida’ di Istanbul, uccidendo 39 persone, la maggior parte turisti stranieri del mondo arabo, guardie della security e agenti, prima di darsi alla fuga indisturbato.

Ora nel Paese è caccia all’uomo, c'è già una foto del presunto killer, e sono stati mobilitati 17mila uomini delle forze di sicurezza per acciuffarlo. Erdogan, il presidente turco, ha parlato in televisione, attaccando coloro che “stanno cercando di creare caos e destabilizzare il Paese” ed assicurando che “manterremo il sangue freddo e resteremo più uniti che mai”. Il killer potrebbe essere un affiliato di ISIS, si parla dell’ala ‘turcomanna’ della organizzazione terroristica, anche se per adesso non c’è stata una rivendicazione dello Stato Islamico.

Dietro l’attacco potrebbero esserci anche i “ribelli” di Al Nusra, come vengono chiamati spesso dai media occidentali le milizie del terrorismo jihadista anti-Assad in Siria, che hanno ‘flirtato’ a lungo con la Turchia prima che Erdogan chiudesse l’accordo delle scorse settimane con Russia e Iran, per sedersi al tavolo dei vincitori nella guerra che si combatte a Damasco.

In questa chiave, l’attacco al locale di Istanbul potrebbe essere un messaggio lanciato proprio ad Erdogan considerato un ‘traditore’ dalla internazionale jihadista. L’impressione è che in una società indebolita e insanguinata come quella turca – oltre al jihadismo c’è il terrorismo curdo, e altre reti di oppositori interni ostili al regime di Erdogan – per il governo di Ankara sarà difficile tenere a basa quelle frange dell’islam più conservatore del Paese che possono solidarizzare con le frange islamiste sovversive.

Il rischio dunque è che la guerra intestina scoppiata da anni in Siria, come in Iraq, possa estendersi anche nello stato turco, membro della NATO. In questo senso, appare perlomeno contraddittorio, anche se comprensibile, da un punto di vista umano oltre che diplomatico, che oggi le cancellerie occidentali solidarizzino con il regime turco.

Negli ultimi anni, e soprattutto dopo il fallito golpe della estate scorsa, Erdogan ha decapitato le strutture della forza del Paese, l’intelligence, militari, forze di polizia. Per questo, è stato condannato, anche se in modo blando, dalla comunità internazionale e dai Paesi europei. Ma i nuovi vertici delle forze di sicurezza turche hanno l’esperienza e il polso necessari a contrastare la minaccia del terrorismo, anzi, dei terrorismi in Turchia?

Intanto, per Erdogan, la battaglia politica è legittimare in ogni modo la ‘riforma’ in chiave presidenzialista, oggetto del referendum della prossima primavera; “l’uomo forte” alla guida del Paese sarebbe maggiormente in grado di rispondere alle minacce interne ed esterne, si dice. Ma per adesso nel Paese continua a scorrere sangue.

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