Frontiere ed economia

Trump: riportare le imprese in America non è una "fake-news"

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 | 09 Gennaio 2017

Per l’establishment politico-mediatico del nostro Paese la Brexit e Trump sono difficili da metabolizzare. L'Italia desiderava lo status quo, nonostante un economista serio come Luigi Zingales abbia più volte avvertito che, se anche la Germania in periodo elettorale è disponibile a concedere qualche decimale di flessibilità, il rischio per la penisola è di finire bollita come la rana in pentola, e non avere più la forza per saltare via dall’eurozona. Né l’euro, né  la globalizzazione sono state per l’Italia un vantaggio come invece è stata quest'ultima per l’India e la Cina. Senza contare gli effetti negativi dell’immigrazione incontrollata.

Non si comprendono quindi gli anatemi su Brexit e l’ostilità per Trump perché vuole riportare le imprese in America e ridare lavoro agli americani. Trump ha già ottenuto dei successi: Ford e Carrier non andranno in Messico. Trump ha minacciato dazi del 35% ai prodotti di aziende che producono all’estero e agevolazioni fiscali a chi sceglie di restare negli Stati Uniti. Come tutti i media mainstream anche il Corriere ha tifato per Hillary Clinton e il 7 novembre scorso, su Twitter, Massimo Gaggi ha definito Trump il 7 “un avvelenatore di coscienze”, una specie di no-global che distruggerà l’economia.

Peccato che secondo un recente rapporto Rasmussen il 57% dei democratici americani spera che Trump abbia successo. Gli economisti liberisti sono pessimisti su Trump, ma finora non ne hanno azzeccata una. Basti pensare alle catastrofiche previsioni della Banca d’Inghilterra per Brexit, per le quali ha dovuto scusarsi il capo economista Andy Haldane in questi giorni: durante la campagna referendaria fu accusato dai brexiters di previsioni fasulle e notizie allarmistiche per spaventare l'elettorato e indurlo a votare "Remain". La Banca d’Inghilterra, insomma, mise in giro "fake news", post-verità, come si dice.

È da rileggere l’articolo del Sole del 19 marzo 2014 sui benefici dell’immigrazione per l’Europa di Peter Sutherland, presidente della LSE e direttore non esecutivo di Goldman Sachs Internazionale. E in una conferenza ai capi di Goldman Sachs nell’ottobre 2013, riportata da WikiLeaks, Hillary Clinton definì antiamericani coloro che si opponevano all’immigrazione e disse che gli Stati Uniti non sono una nazione con dei confini, ma un’idea. Lei desiderava frontiere aperte a chiunque.

In un’intervista a Foreign Policy del 6 gennaio, lo storico Niall Ferguson, scagliandosi contro la vulgata per cui vivremmo in una sorta di riedizione degli Anni Trenta, sostiene che la nostra epoca è molto simile ai due decenni successivi al 1873, quando i movimenti anti-globalizzazione ebbero effetti positivi su entrambi i lati dell’Atlantico. Per Ferguson non è neppure vero che molte persone abbiano votato per Brexit e Trump perché erano i perdenti della globalizzazione, bensì per una profonda insofferenza per le conseguenze della immigrazione prodotte dalla globalizzazione, soprattutto per il multiculturalismo.

Alle obiezioni dei liberisti, Ferguson, che ha scritto molto sull’economica dell’Occidente, replica che gli Stati Uniti, dalla nascita fino al 1940, sono stati essenzialmente protezionisti. Durante la guerra fredda gli Stati Uniti sono passati al libero scambio perché era geopoliticamente vantaggioso: si veda l’ascesa del Giappone nel 1970-80 e quella della Cina tra il 1990 e il 2000. In Civilization: the West and the Rest, Ferguson è scettico sul concetto di Occidente di Samuel Huntington, autore di Clash of Civilizations. Per Ferguson si tratta soprattutto di “crash”, di scontri, e sottolinea come la maggior parte delle guerre in corso in Africa sono provocate da lotte etniche.

Ferguson, infine, ritiene che il concetto di Occidente di Huntington non sia geografico, ma culturale. Per Huntington è “occidentale” chiunque adotti comportamenti occidentali, dalla moda all’economia, alla politica, alle abitudini sessuali. Quindi, anche l’Asia, potrebbe diventare occidentale per Huntington, ma per lo storico scozzese Niall Ferguson anche questa è una chimera.

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