L'analisi

Nella grande nebbia italiana le illusioni di un ceto politico

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 | 10 Gennaio 2017
politica italiana

Il quadro politico italiano si evolve senza una vera direzione se non la disperata ma pressante deriva guidata dai grillini. Le mosse di quel che resta del renzismo sono orientate a far votare prima che svaniscano i ricordi positivi di un triennio pur non brillantissimo, magari in anticipo su una finanziaria 2017 che metta in luce le eredità negative di quella elettoralistica precedente, ed evitando anche un congresso del Pd che potrebbe modificare gli equilibri interni del partito. L’ideale per Matteo Renzi sarebbe votare a giugno.

Il cuore delle intenzioni di Sergio Mattarella (e del suo vasto e crescente “partito”) appare sostanzialmente (doverosamente) istituzionale ma senza un’anima politica: l’esigenza di definire una legge elettorale minimamente decente, garantire le operazione di messa in sicurezza del sistema bancario e, in connessione con questo, del bilancio dello Stato, costruire intanto un qualche rapporto meno conflittuale con tedeschi e francesi. L’ideale per il Quirinale sarebbe votare nel febbraio del 2018.

La sinistra Pd tenta di ridefinire un nuovo profilo del partito e l’avvenimento più importante di questi giorni è lo schierarsi contro l’austerità di Angela Merkel da parte del suo vice Sigmar Gabriel: dopo avere guidato la catastrofe del socialismo europeo, forse, la Spd incomincia a pensare che senza ridare una prospettiva a quel che resta dell’idea socialista ci si condanna a scomparire. In questo contesto la sinistra Pd, peraltro abbastanza disgregata, vorrebbe un voto dopo un congresso che aiuti a recuperare un’anima socialista, e  magari elezioni a novembre, appena approvata una finanziaria i cui esiti sarebbero scaricati su Renzi.

Silvio Berlusconi sotto scacco economicamente dopo le mosse di Vincent Bolloré e politicamente per gli spazi che gli sottrae Matteo Salvini, cerca di temporeggiare, di predisporre un sistema elettorale che consenta uno spazio a una formazione politica da lui direttamente gestita rinviando ogni trattativa sul futuro a dopo che avrà acquisito un po’ di tempo e un minimo di presenza autonoma. In questo suo traccheggiare s’incontra sia con il partito di Mattarella sia con settori del mondo dell’impresa delusi da Matteo Renzi ma al fondo indecisi a tutto.

Matteo Salvini da una parte alza la voce per mantenere il controllo di una base sociale percorsa da un forte malcontento che potrebbe finire (si è visto con chiarezza nel voto di Torino) per orientarsi verso i Cinque stelle, dall’altra si collega ai grandi sommovimenti internazionali: dalla vittoria di Donald Trump alla nuova centralità di Vladimir Putin, fino all’attenzione per le presidenziali francesi (nonché alle politiche olandesi). E infine cerca di capitalizzare il suo peso nel potere amministrativo locale (dalla Regione Lombardia, un po’ sottotono, a quella veneta, invece in grande spolvero, e infine alla crescente influenza in Friuli Venezia Giulia). Non accetta i tempi berlusconiani e se risorgesse un centrismo simil-montiano potrebbe finire nelle braccia di Grillo.

Beppe Grillo cerca di sfruttare fino in fondo il vento dell’antipolitica che le manovre descritte, largamente centrate prioritariamente su interessi da ceto politico (o di scambio tra interessi di ceto politico e vari singoli interessi) alimentano alla grande. Chi spera di sfruttare contro di lui i pasticci della giunta Raggi dovrebbe rendersi conto di come una certa sistematica persecuzione giudiziaria contro il sindaco di Roma stia producendo lo stesso effetto che questa pratica provocava quando sperimentata contro il Berlusconi triumphans: diventava un certificato di garanzia, per chi era sottoposto a questo trattamento, dell’essere estraneo a un establishment sempre più vastamente disprezzato. Per Grillo va bene sia votare subito sfruttando la disgregazione degli equilibri politici in atto sia nel 2018 quando centrosinistra e parte del centrodestra si saranno logorate nel tenere in piedi un quadro politico ormai senza più un’anima.

Questa situazione lasciata a se stessa porta naturalmente, come scrive bene sul Corriere della Sera Paolo Franchi, a una vittoria dei grillini. Anche un ritorno a un proporzionalismo abbastanza puro porterebbe a questo esito: il movimento 5 stelle senza una svolta politica non starà sotto il 30 per cento e la protesta che si esprimerà attorno al voto leghista  in caso di revival di un’offerta politica centrista, arriverà intorno al venti per cento orientandosi alla fine ad appoggiare i grillini, piuttosto che un conglomerato di resti di establishment. Comprendo le preoccupazioni per certe semplificazioni demagogiche espresse dall’ala più protestataria del centrodestra, ma queste sono anche una reazione all’ossificata retorica - particolarmente evidente in certe dichiarazioni euro entusiaste prive ormai di riscontro con la realtà concreta - di quello che si considera il polo moderato dello schieramento liberal-popolare-conservatore.

Il 20 gennaio Donald Trump inizierà a praticare una politica di protezionismo selettivo che inciderà nelle politiche economiche di tutti gli Stati del mondo, e a fare rientrare nel gioco politico la Russia modificando gli equilibri europei, il 20 marzo si voterà in Olanda, il 23 aprile e il 7 maggio per le presidenziali francesi, il 22 ottobre per le politiche tedesche. C’è qualcuno che veramente può prevedere come saranno gli assetti del Vecchio continente alla fine di questi dieci mesi? E se sono certamente semplicistiche le varie ricette di uscita dall’euro, di flat tax senza riscontri di bilancio, di contrasto dell’immigrazione senza un’adeguata politica di potenza, potranno sembrare a qualcuno più concrete le soluzioni che si affidano alle magie di  un povero Mario Draghi sempre più isolato e al tran tran di una Berlino (più maggiordomi luxemburg-bruxellesi) di cui persino il vicecancelliere denuncia gli infernali limiti strategici?

E’ evidente come un quadro nazionale centrato sulla sopravvivenza del ceto politico (e di quei settori economici che con questo “ceto” praticano scambi) non potrà che alimentare un sindacato della rabbia sociale che svolgerà la sua funzione di rappresentanza (con gli annessi vari salari sociali, decrescita felice, avvenire da liquidatori di un vasto patrimonio nazionale nonché  da subappaltatori o da operatori turistici) rispetto ai vari poteri (con i quali Grillo sta già trattando: vedi pasticci Europarlamento) ai quali sarà consegnata una nazione disfatta. Il contesto internazionale (con la Brexit, la vittoria di Trump, la possibile ripresa della Spd, una qualche autonomizzazione della Francia dalla Germania, il ruolo di Vladimir Putin) offre ancora una chance a chi resiste - pur non senza scoramento - all’idea di un’Italia nuovamente ridotta a pura espressione geografica, ma questo spiraglio non potrà essere utilizzato con il mix di furbate e tran tran che caratterizza le prospettive del ceto politico centrale della Repubblica.

Senza verità (cioè: non esistono possibilità di rinverdire stagioni centriste, si devono ricostruire polarità di destra e di sinistra che integrino moderatismo e radicalismo, le necessarie convergenze per gli interessi nazionali, per fondamentali obiettivi costituenti e anche per uno sforzo teso a costruire una vera Europa dei popoli, non devono sovrapporsi  a distinti ruoli di governo e opposizione) e coraggio (si deve superare sia la demagogia sia la retorica, si deve ridare legittimità politica al parlamento votando il più presto possibile, non si possono fare scelte solo subalterne agli interessi del ceto politico o agli scambi con questo, e l’Europa rappresenta una sfida non una soluzione già bella e funzionante), non si andrà da alcuna parte se non nelle mani del sindacato – non privo, dalla sua, di giustificazioni - della rabbia sociale con annessa schiacciante subalternità di quel pochissimo che resterà della nostra sovranità.

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