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Come in ogni tornante complicato della storia sarebbe bene ritornare ai “classici”, così sarebbe molto utile, oggi, per gli economisti che hanno sempre più difficoltà a interpretare il mondo che li circonda e ancor di più a fare delle previsioni, tornare a studiare uno dei maggiori economisti italiani quale è stato Federico Caffè. Certo, definire Caffè semplicemente un economista non è possibile, sarebbe  troppo riduttivo e non servirebbe a capirne in fondo la grandezza del personaggio e l’attualità della lezione. E’ stato, infatti, un intellettuale dall’approccio interdisciplinare che sapeva ragionare insieme di economia, politica, storia, letteratura e da questa poliedrica curiosità intellettuale, come pochi altri, era in grado di trarre analisi originali che mostravano la centralità del suo interesse per il benessere mondiale. E, proprio da economista - ed è questo un tratto saliente e decisivo per capire Caffè - il suo interesse prioritario andava alla persona, a cosa pensa, a cosa fa e a cosa aspira ogni singolo individuo. Dunque, un economista umanista, Federico Caffè, fiero keynesiano, radicalmente avverso al tecnocraticismo, considerava l’economia “un importante strumento al servizio del benessere delle persone” e non viceversa.

Per Caffè, tutta l’indagine economica – quindi non solo quella di politica economica – serve “di guida all’azione” e il rapporto tra mezzi e fini della politica economica è molto chiaro: l’obiettivo primario riguarda il tipo di società che si intende perseguire e l’economista non può esimersi dall’indicare il modello di società cui ispirarsi. La sua idea è quella di un’economia democratica – come lui stesso riassunse nelle prime righe della sua ultima raccolta di scritti del 1986 in difesa del Welfare State – per la quale nodo centrale è l’intervento pubblico mirante ad assicurare un’effettiva eguaglianza nei punti di partenza, cui concorre peraltro con un volontariato “ispirato da un’etica radicata nei valori della trascendenza”. E se lo Stato non va “deificato”, dalla necessaria constatazione del fallimento di una parte della regolamentazione pubblica, non si può e non si deve dedurre che qualsiasi regolamentazione pubblica sia dannosa per la collettività.

La sua modernità sta nel ribadire quanto sia sbagliato contrapporre un’economia “di concorrenza” del tutto priva di regolamentazioni a un capitalismo “storico” con regolamentazioni errate. L’autentica “terza via” consiste nella ricerca di un capitalismo storico, cioè reale, funzionante nella pratica, con una regolamentazione nell’interesse generale. Tutto ciò è, per Caffè, possibile perché il capitalismo è certamente riformabile, in quanto vi è piena compatibilità fra economia di mercato e riforme che “incidano profondamente su strutture e istituzioni che storicamente sono venute a coesistere con l’economia di mercato stessa, ma non sono essenziali al suo funzionamento”. Anche perché l’arte del fare bene politica non è soltanto nel concepire programmi adeguati, ma nello scegliere i modi e i tempi giusti per la loro attuazione.

Per Caffè in Italia, ad esempio, l’occasione per incisive riforme dopo il 1945, fu clamorosamente lasciata sfuggire. Infatti, allora non vi erano condizionamenti internazionali a favore dell’adozione di un laissez-faire assoluto, tanto che proprio l’amministrazione statunitense, attraverso il cosiddetto rapporto Hoffman del febbraio 1949, criticò, da un punto di vista keynesiano, il modo in cui erano stati impiegati nel nostro Paese i fondi del “Piano Marshall”, anche perché la sinistra, per quanto al governo nel biennio postbellico, non seppe o non volle proporre politiche basate su un rilancio degli investimenti, e preferì privilegiare “la fata morgana del consenso dei ceti moderati rispetto alla predisposizione di un programma alternativo di politica economica sostanzialmente, e non nominalisticamente, riformatore”.

Nei suoi articoli, come nelle lezioni alla Facoltà di Economia e Commercio della Sapienza, si può bene intravedere come riuscì a comprendere in anticipo, il senso di marcia che l’umanità stava imboccando, una direzione opposta a quella da lui auspicata e per la quale, fin da giovane, aveva sempre  lavorato. A lui, già negli anni ’70 e ’80, era tutto molto chiaro. Sentiva forte quella solitudine che non gli permetteva di dire alcunché a quel nuovo mondo che si stava trasformando e, per questo, nell’aprile del 1987, decise, in punta di piedi, di fare un passo indietro, decise di scomparire nel nulla preferendo il silenzio e l’ascolto al rumore e alla sordità che sarebbero diventate le principali caratteristiche del nuovo secolo. Alto era il suo senso etico che lo condussero ad una scelta forte e, paradossalmente, molto rumorosa. 

La tentazione di provare ad immaginare cosa direbbe e cosa farebbe Federico Caffè, oggi, è forte. Cosa direbbe, ad esempio, dinanzi ad un tasso di disoccupazione giovanile del 38%, lui che aveva studiato quanto la disoccupazione del 1929-33 aveva contribuito alla vittoria del movimento nazista in Germania? Cosa direbbe lui che pensava, come scrisse, “che il modo concreto di tenere alte le aspirazioni e il bisogno di cambiamento non è quello di un nuovo modello di sviluppo ma di riprendere il cammino avviato con la stesura della nostra Costituzione che, come è stato ricordato, sancisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano, di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”? Già, cosa direbbe?

*Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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