Politically Correct

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Non è bene dire “donna incinta”, espressione che non include i transgender che si dicono maschi ma sono nati femmine. D’ora in poi il linguaggio consigliato è “persona incinta”, perché inclusivo anche dei maschi transgender. Ma chiediamo subito scusa, perché nelle righe che avete appena letto c’è già un imperdonabile errore: non si deve dire “nato maschio” o “nata femmina” o “biologicamente maschio” o “biologicamente femmina”, e neppure “geneticamente maschio” o “geneticamente femmina”, perché non bisogna “usare frasi riduttive o che ipersemplificano un soggetto complesso.

Il sesso di una persona è determinato da un certo numero di fattori”, e quindi l’espressione giusta è “assegnato maschio/femmina alla nascita”. E poi, è bene “evitare irrilevanti, gratuite descrizioni etniche” e quindi bisogna evitare di dire “un professore cinese”, ma limitarsi a “un professore”.

Non è il trailer del prossimo programma di Maurizio Crozza, ma sono solo alcuni dei consigli della British Medical Association, l’associazione nazionale dei medici britannici, nella loro recente pubblicazione A guide to effective communication: inclusive language in the work place, una guida per aiutare i professionisti ad utilizzare un linguaggio inclusivo, disponibile on line per chiunque volesse abbeverarsi al trionfante linguaggio politically correct imposto dalle lobbies LGBT – e non solo – che ormai hanno perso anche ogni senso del ridicolo. Il Dailymail che ne ha dato notizia ieri ci ha anche gentilmente informato di altre simili amenità linguistiche oramai in arrivo: negli Stati Uniti recentemente – e quindi regnante Obama, quello del “love is love” – le ostetriche sono invitate a non usare più il termine “vagina“ ma “front-hole”, che si potrebbe tradurre con “buco frontale”, probabilmente opposto a “buco posteriore”, e per decenza non andiamo oltre. 

Sarebbe tutto estremamente divertente se non fosse tragicamente vero, e non solo: chi scrive potrebbe addirittura essere denunciata per transfobia, se sorpresa a rotolarsi dal ridere mentre manda allegramente a quel paese gli autori di queste colossali fesserie. In effetti c’è ben poco da ridere: questo è il surreale, finale trionfo del politically correct, della dittatura dei salotti delle élite radical chic, sedicenti “progressisti”, di chi marcia indignato contro l’orribile Trump stando molto attento a non dire “donna incinta” per non confondersi con i populisti. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che il problema sono le bufale del web?

CommentiCommenti 6

Antonio (non verificato) said:

Non trascurando il top hole...

Franco (non verificato) said:

L'ultimo paragrafo dovrebbe essere scritto in grassetto, sottolineato e, infine, sottoscritto. So rimane veramente sgomenti.

Eraldo Damosso (non verificato) said:

Non c'è da stupirsi più di tanto, dai tempi ormai remoti quando nei convegni "chairman" è stato sostituito da "chairperson". Per altro da noi abbiamo i ridicoli "sindaca", "assessora (sic)" e chi più ne ha ne metta...

carla santoro (non verificato) said:

Bravissima! Grazie