Il caso Bettamin

Per i giornaloni (e per qualche politico) tutto è eutanasia

di
 | 15 Febbraio 2017
eutanasia

Non c’entra l’eutanasia, e men che meno il testamento biologico, e non ha niente a che vedere con Piergiorgio Welby o Eluana Englaro la morte di Dino Bettamin, il malato terminale di SLA che è stato accompagnato nei suoi ultimi giorni di vita da trattamenti palliativi, come previsto dalle nostre leggi e dai protocolli sanitari. Tutto il chiasso, gli articoli, i proclami che si fanno intorno al povero Bettamin sono pure strumentalizzazioni, per cercare di creare un clima di consenso intorno a un obiettivo, l’eutanasia, che di consenso popolare in realtà ne ha ben poco.

E’ brutta e ambigua l’espressione “sedazione terminale” con cui spesso viene chiamata la sedazione applicata a Bettamin, e anche il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), che se ne è occupato in un parere recente, ha proposto un nome diverso, che rispecchia meglio la realtà dei fatti: “sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte”.

Si tratta di cure palliative che vengono somministrate quando si verificano contemporaneamente alcune condizioni, e cioè: il paziente deve essere vicino alla morte, a causa di una malattia inguaribile arrivata oramai a uno stato avanzato, e in presenza di sintomi cosiddetti “refrattari”, cioè che non si possono controllare in nessun altro modo se non riducendo il livello di coscienza, anche fino ad annullarla (in altre parole, addormentando il malato). Concretamente i sintomi refrattari più frequenti, come ricorda il parere del CNB, sono “la dispnea, il dolore intrattabile, la nausea e il vomito incoercibili, il delirium, l‟irrequietezza psico-motoria, il distress psicologico o esistenziale”.

Dino Bettamin si trovava esattamente nelle condizioni appena descritte. La sedazione non aveva lo scopo di ucciderlo, ma di sedare la sua sofferenza grave, perché era il solo modo di calmare il suo stato di angoscia incoercibile, che gli operatori non erano riusciti ad alleviare né farmacologicamente né con un approccio psicologico.

Per essere sottoposti a questo tipo di sedazione quindi non è sufficiente chiederlo, ma devono sussistere le condizioni che abbiamo appena descritto, condizioni di appropriatezza clinica. Come avviene per qualsiasi altro trattamento medico: banalmente, per avere un antibiotico non basta chiederlo, ma devono esserci i presupposti giusti dal punto di vista clinico.

Non c’entra l’eutanasia, perché Dino Bettamin non è stato ucciso, ma sedato e accompagnato alla fine, perché era un malato terminale. Non c’entra il testamento biologico, perché Bettamin era in grado di esprimere direttamente il proprio consenso alla sedazione, un consenso attuale, non scritto in precedenza, quando stava bene, per un futuro ipotetico (come invece prevede la legge sul fine vita attualmente in discussione in parlamento).

Non c’entra Welby, che non era in stato terminale e aveva chiesto per sé l’eutanasia, per iscritto e pubblicamente, alla massima autorità dello stato (ricordiamo la lettera al Presidente Napolitano). Non potendo averla perché vietata in Italia, Welby ha voluto continuare la sua battaglia per l’eutanasia, interrompendo la respirazione artificiale –cosa legittima dal punto di vista legale – ma seguendo una procedura il più simile possibile a un atto eutanasico: è stato Welby a indicare con precisione, passo dopo passo, il percorso per morire. E ha voluto che il dottore che si è prestato allo scopo, Mario Riccio, eseguisse le sue indicazioni pedissequamente.

Per capire quanto possa essere diverso l’atteggiamento di un medico, ricordiamo che il palliativista Giuseppe Casale, interpellato da Welby, aveva accettato di staccare il respiratore artificiale ma con modalità non eutanasiche, garantendogli comunque che non avrebbe sofferto. Ma Welby e i suoi amici radicali non solo rifiutarono il protocollo proposto, ma addirittura lo denunciarono per essersi rifiutato di eseguire le volontà stringenti di Welby.
“Gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci, e sostegno psicologico e spirituale oppure con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. [...] Ma lui vuole essere addormentato e subito staccato dal respiratore”, spiegò Casale in un’intervista.

E infine, non c’entra Eluana Englaro, che non era terminale, non aveva avuto colloqui con specialisti di coma e stato vegetativo ma ne aveva parlato con gli amici e con i familiari: insomma, non aveva espresso nessun consenso informato, ed è morta disidratata. Speriamo almeno sufficientemente sedata.

Sul fine vita le differenze sono spesso sottili, ma fondamentali. Speriamo che lo capiscano giornalisti e opinionisti che spesso discettano di eutanasia e testamento biologico senza capire le differenze da caso a caso; e speriamo che lo capisca anche qualche politico (come il sottosegretario Borletti Buitoni) che ancora sostiene che il dj Fabo, reso gravemente disabile da un incidente, sta aspettando la legge sul biotestamento in discussione alla Camera per morire. Senza rendersi conto che nessuna legge sul testamento biologico, nemmeno la più apertamente eutanasica, potrebbe dargli quello che chiede, cioè il suicidio assistito.

     

Commenti

Esiste un vecchissimo proverbio che dice:non c'è peggior sordo di chi
non vuole sentire. Purtroppo se non si cambia l'approccio al problema tutto diventa arduo e difficile.

Aggiungi un commento