Il dibattito sui fatti alla Biblioteca di Bologna

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bologna zamboni

L'articolo della professoressa Daniela Coli pubblicato nei giorni scorsi sull'Occidentale, a proposito dei fatti della biblioteca di Bologna, ha fatto e fa discutere lettori e collaboratori del nostro giornale. Abbiamo quindi aperto un dibattito sulla vicenda: ecco il primo contributo.

Il numero 36 di via Zamboni, nel cuore della Bologna universitaria, è diventato in un giorno il simbolo di una guerra che nel tempo ha avuto molte fasi, per la verità non tutte seguite con la stessa preoccupata attenzione da parte delle autorità cittadine e accademiche. La vicenda la conoscono più o meno tutti, anche se forse non in tutti i suoi passaggi. I protagonisti sono sui principali giornali, dilagano nei social e qualcuno irrompe perfino nella Zanzara di Cruciani. I commenti e le interpretazioni ovviamente divergono: si va dalla condanna senza se e senza ma del comportamento del Collettivo, alla versione aggiornata del “né con lo stato né con le brigate rosse” (che oggi, soprattutto in qualche commento di destra, suona vagamente come “né col renzismo normalizzatore né con la violenza del Collettivo”), fino, a sinistra, alla condanna senza se e senza ma del comportamento delle autorità accademiche, della polizia e – perché no? –  dei responsabili gestionali della struttura coinvolta. A questo punto non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma penso che i lettori dell’Occidentale si aspettino qualcosina in più, ossia un tentativo – certo opinabile, ma onesto – di distinguere i vari piani della vicenda ricavandone possibilmente un giudizio politico-culturale. Perciò proverei a scomporre il groviglio cronaca-emozioni-commenti con tre
passaggi.

L’antefatto. Da anni il Collettivo Universitario Autonomo di Bologna conduce battaglie - e occupazioni-  finalizzate a una gestione degli spazi in qualche modo “liberata” dalle logiche neocapitalistiche e produttivistiche da cui sarebbero sommerse l’Università e la società italiana. L’anelito di liberazione si manifesta in modi svariati, non tutti e non sempre irreprensibili, che arrivano fino all’irruzione nelle lezioni dei diversamente pensanti come Panebianco, o all’esercizio del contrasto fisico per impedire con violenza le manifestazioni politiche e culturali di impronta cattolica e/o di centrodestra. Nello specifico il famoso 36 di via Zamboni, con la sua importante biblioteca umanistica, è sottoposto da molto tempo ad una specie di diritto di possesso/tutela da parte del CUA, con una utilizzazione finalizzata alle attività del Collettivo e alla sua visione del mondo. Con il piccolo particolare che si tratta di una struttura pubblica, dove lavorano dipendenti pubblici, e non volontari dei centri sociali. Un primo problema intanto è che i vertici accademici e politici di Bologna, quasi sempre ascrivibili al potente milieu del Partito Democratico, nei confronti della legalità violata – e non da ieri – hanno manifestato un interesse un po’ “a luci di albero di Natale”: ossia si accendono e si spengono, a seconda delle circostanze, del clima politico e – soprattutto- delle vittime.

Il fatto. La “guerra del tornello” si è scatenata quando l’Università di Bologna ha deciso di ampliare l’orario di apertura di alcune biblioteche fino alle 24, pratica già diffusa in altri atenei, perfino in Italia, anche se qualche esponente sindacale certe volte sembra non saperlo…Per tutelare meglio l’incolumità del personale filtrando gli ingressi col badge, il management ha deciso di estendere anche all’enclave del 36 un sistema a bussole già in uso in altre biblioteche non solo di Bologna, universitarie e non. La valutazione sulla necessità di filtrare, specialmente in concomitanza con l’apertura prolungata, derivava da una lunga serie di episodi allucinanti che in quello spazio si erano già consumati in passato e che sono ormai ampiamente testimoniati in rete sui giornali. Ma per capire a fondo la natura pretestuosa della lotta al tornello (descritto come un aggeggio escludente poco meno del
muro di Trump o dei fili spinati degli stadi cileni) bisogna sapere che il CUA, come risulta anche da un comunicato ufficiale dell’AIB-Associazione italiana biblioteche, aveva chiesto l’autogestione dell’apertura serale, come se non si trattasse di una biblioteca per tutti gli studenti, con il suo patrimonio, il suo personale e i suoi servizi, ma di uno spazio vuoto da riempire con iniziative ideologicamente orientate. Donde la rimozione delle porte, l’invasione della biblioteca, i danneggiamenti anche importanti di arredi e attrezzature, e il finale intervento della polizia.

Su tutta la vicenda è intervenuta con lucidità e serietà la direttrice della biblioteca Mazzucchi, una professionista sensibile e preparata, che insieme ai suoi colleghi ha subito un trattamento a base di insulti e intimidazioni veramente impressionante. Merita davvero di essere letto per intero. L’associazione professionale dei bibliotecari italiani (AIB) a sua volta ha emesso un comunicato di solidarietà con le persone coinvolte e di chiarificazione sulle circostanze che hanno prodotto la crisi. Una  petizione studentesca di solidarietà con le scelte dell’ateneo ha già raccolto più di 7.000 firme, tramite Change.

Le domande sul fatto (e sull’antefatto). La sequenza dei fatti è piuttosto chiara, anche se ovviamente non spetta a noi stabilire se in tutti i passaggi i protagonisti istituzionali abbiano indovinato tutti i dettagli. Oppure se potevano fare meglio, o peggio, o uguale, e tutte le altre considerazioni simili che abbondano sui social, dove – si sa – è pieno di esperti del giorno dopo, e soprattutto da divano e da tastiera. Per un giornale che si propone di fare orientamento politico e culturale è giusto non fermarsi alla cronaca e alla valutazione di un singolo episodio, e credo anch’io, come Daniela Coli nel suo intervento dei giorni scorsi, che sia più che lecito farsi almeno un paio di domande-riflessioni più riferibili al contesto. Spostandoci verso una valutazione del contesto e delle radici culturali, ribadisco due warning che credo siano largamente condivisi: l’attenzione a far sì che nella nostra area non ci sia ombra di ambiguità terzaforzista, e la quasi-certezza che non c’è motivo di confondere gli studenti senza sbocchi lavorativi (o precarizzati) con un gruppo di attivisti politici intrisi di slogan degli anni '70.

La prima domanda-riflessione ha a che fare con le radici della mala pianta: in quali incubatrici culturali è cresciuta questa intolleranza che oggi si vuole giustamente combattere? A quali scuole si sono formati i ragazzi o ex ragazzi dei collettivi? La grande cultura critica nei confronti delle utopie totalitarie – quasi sempre di impronta liberale, conservatrice e cattolica-  ha avuto la parola e la cittadinanza nelle scuole e nelle università o è stata emarginata dal mainstream culturale e i suoi campioni irrisi e espulsi dallo spazio pubblico? La seconda ha a che fare con la coerenza e la consapevolezza critica di se stessi: quanti di quelli che oggi richiamano al rispetto, al pluralismo, alla salvaguardia del ruolo pubblico delle università hanno in passato mostrato una preoccupazione paragonabile quando per anni e anni occupare/danneggiare, intimidire dissidenti, tentare di impedire conferenze e dibattiti con presenze sgradite, arrivare a montare una specie di rivolta per l’invito nell’Università di Roma a un grande uomo di cultura come Benedetto XVI, è stato considerato fisiologico, se non addirittura meritevole? Si dirà: non tutti e non sempre, ed è vero; e dunque, onore al merito di chi ha combattuto l’intolleranza, anche negli anni più bui. Si dirà anche: meglio tardi che mai; e non potremmo che esserne felici, se solo fossimo sicuri davvero che alla prossima tornata le lucine dell’albero non si spegneranno di nuovo.

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