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Vivi e contenti di esserlo: alla Camera conferenza stampa sul testamento biologico

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 | 17 Febbraio 2017
eutanasia

“Dal testamento biologico vorrei che venisse tolta la parola dignità perché non esiste alcuna malattia indegna da vivere”. A dire queste parole è Sylvie Menard, ricercatrice oncologica ed ex allieva del professor Umberto Veronesi, durante la conferenza stampa che si è tenuta oggi alla Camera dei Deputati sul testamento biologico, in vista dell’imminente discussione in Aula del provvedimento. Protagoniste le persone che si sono risvegliate da condizioni gravissime affrontando la malattia e le cure con la gioia di vivere.

Racconta Sylvie, che era favorevole all’eutanasia: "Ho lavorato 45 anni con il professor Umberto Veronesi poi mi sono ammalata di cancro. Io, ricercatrice, ho rifiutato le terapie perché preferivo morire subito. Ma avevo dimenticato l'importanza del parametro tempo: dopo un po' ho capito che vivere più tempo è invece importante e ho cambiato idea. Ho ripreso le terapie e così ho avuto il tempo per poter vedere nascere i miei nipoti". 

“Il testamento biologico - continua la ricercatrice - fatto da sano non ha senso perché nessuno può prevedere come si reagisce ad una malattia e io ne sono l’esperienza vivente: mai avrei creduto di essere pronta a vivere il dolore e a sottopormi a certe cure eppure è vita anche questa e anche la vita da malato terminale è un’esperienza”.

Insieme a lei Massimiliano Tresoldi. Nel 1991 ha un grave incidente d'auto e piomba in uno stato di coma per dieci anni. Un lunghissimo tunnel dal quale Max però è uscito. Oggi è su una sedia a rotelle ma capisce e reagisce. Stringe il braccio attorno alla spalla della madre e poi, dopo che lei ha finito di raccontare il calvario della malattia e la gioia della “rinascita”, alza il pollice per dire “Ok”. 

Max era in stato vegetativo. Era stato dato per spacciato dai medici, racconta mamma Lucrezia: "Dopo 8 mesi di ospedale, a Milano, abbiamo deciso di portarlo a casa. Non mi sono mai data per vinta - afferma la mamma - ho sempre creduto che Max ci fosse, che fosse con noi. Abbiamo formato una squadra e anche i suoi tanti amici mi hanno aiutata”. 

Il 28 dicembre del 2000, la fine del tunnel: "Come tutte le sere, metto a letto Max. Senti, gli dico, se vuoi pregare fallo da solo il segno della croce. Io non ce la faccio più. In quel momento, Max ha alzato la mano, ha fatto da solo il segno della croce e poi ha teso le braccia per abbracciarmi". Oggi comunica con l'alfabeto dei segni imparato da piccolo. Ha iniziato a parlare e riesce a scrivere con un aiuto. Nel 2012 Lucrezia ha scritto un libro sulla storia di suo figlio: “E adesso vado al Max!” In una pagina, il messaggio di vita che Max ha scritto di suo pugno: "Non ho mai pensato di morire nemmeno quando ero in ospedale. Mi auguro che anche chi non ha avuto l'esperienza del coma, come me, possa essere contento come lo sono io ora". Lui che da ragazzo, sano, aveva confidato alla sorella che non sarebbe mai riuscito a vivere su una sedia a rotelle.

Una testimonianza, quella di Max e dei suoi genitori, per dire “no” all'attuale testo sul testamento biologico perché, affermano pazienti e familiari, se si fosse staccata la spina o se si fossero interrotte nutrizione e idratazione artificiale, "oggi Max e tanti altri non sarebbero qui". Vivi e contenti di esserlo. 

Come Massimiliano anche Sara Virgilio e Roberto Panella sono stati in coma per vari mesi a seguito di incidenti stradali, ed entrambi ne sono usciti. Oggi hanno raccontato la loro storia. "Ero in coma ma sentivo i medici dire che non c'erano speranze - racconta Sara - e avrei voluto gridare 'voglio esserci'. Se allora avessero staccato le macchine, oggi non ci sarei. E invece oggi sono viva, ho due lauree e sono felice". 

 

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