I conti non tornano

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eutanasia cappato

Per giorni i radicali, e quasi tutti i media, hanno lamentato che dj Fabo era andato a morire in Svizzera perché da noi, in Italia, non sarebbe stato possibile. Per giorni hanno addebitato alla politica, alle sue incertezze e ai suoi tempi lenti, la mancanza di una legge sul biotestamento e sull’eutanasia, accusando di inciviltà un paese che costringe persone gravemente sofferenti ad emigrare per esercitare il “diritto a morire”. Però, ascoltando attentamente quello che gli stessi Marco Cappato e Maria Antonietta Coscioni hanno detto, si scopre che non è proprio così.

Si scopre che Fabiano Antoniani avrebbe potuto tranquillamente rinunciare alle cure e spegnersi nel suo letto, a casa sua, senza problemi con la legge e i tribunali, e che quella di andare in Svizzera è stata una scelta tutta politica, un’efficace strategia mediatica tipicamente radicale. Ospiti entrambi di Telese sulla7, un interessante battibecco tra i due svela l’esistenza di una “via italiana all’eutanasia”, che però, nel caso di Fabiano, si è deciso di non seguire. Dice Coscioni: “Fabo poteva percorrere la strada di Welby, una via italiana già percorsa con Pannella, la sospensione della respirazione artificiale”. Cappato, allarmato, nega e tenta di fermarla: “Non è vero, non è vero….” Ma la Coscioni insiste: Fabo era attaccato al ventilatore e aveva un’autonomia respiratoria ridotta, si poteva staccare per pochissimo tempo. Inoltre era alimentato con una nutripompa, quindi per morire avrebbe potuto semplicemente rinunciare a idratazione e alimentazione artificiali.

Telese chiede che differenza c’è tra la “via italiana” e il suicidio assistito in Svizzera. La Coscioni diligentemente spiega: “Non fa differenza se morire in un giorno o in poche ore. E’ l’impatto che abbiamo voluto dare.” E a un’ulteriore domanda di Telese, conferma: “Per il malato il suicidio assistito, l’eutanasia o la desistenza terapeutica non sono diversi: la finalità è la stessa.” Ricapitolando: la scelta di andare in Svizzera piuttosto che optare per l’abbandono delle cure, come nel caso Welby (distacco dal ventilatore e sedazione continua profonda), è dovuta “all’impatto che abbiamo voluto dare”; qualunque legge sul biotestamento che preveda la “desistenza terapeutica” è sostanzialmente eutanasica.

Cappato, che ha costruito con tanta sapienza e tempismo il caso djFabo, sia sul piano dell’effetto mediatico che su quello politico, scalpita: per lui è essenziale invece drammatizzare, puntare sull’impossibilità di morire legalmente in Italia, per spingere la legge sul testamento biologico (che andrà in aula alla Camera il 13 marzo) e ottenere un testo il più possibile aperto all’eutanasia. Cerca quindi di bloccare la Coscioni: “Non mi pare che abbia senso il paragone di Maria Antonietta su vicende che non conosce direttamente…” ma non può smentirla, quindi ammette che sì, “la Costituzione riconosce il diritto a interrompere le terapie, anche le terapie vitali. Ma nel caso di Fabo sarebbe stato straziante, dover aspettare anche 5 giorni, è quello che non ha assolutamente voluto…”.

Straziante? E’ esattamente quello che è stato fatto per Eluana. Sospensione di idratazione e nutrizione (e non c’era nemmeno la nutripompa, solo un sondino, perché in realtà Eluana poteva deglutire), e un’agonia durata qualche giorno, perché la morte per disidratazione non è immediata. Ma nessuno si è preoccupato dello strazio, in quel caso.

CommentiCommenti 4

Dott. Cristiano... (non verificato) said:

Desidero puntualizzare che la desistenza terapeutica non ha nulla a che vedere con il concetto di eutanasia mentre invece rientra a pieno diritto nell'etica dell'accompagnamento.
Dott. Cristiano Samueli
Presidente Associazione Italiana per le Decisioni di Fine vita AIDeF

Eugenia Roccella (non verificato) replied:

Gentile dottore, lo spieghi prima di tutto a Maria Antonietta Coscioni, e ai membri dell'Associazione Coscioni. Io, infatti, ho riportato alla lettera le affermazioni della Coscioni, che ha detto con grande chiarezza che, per l'aspirante suicida, desistenza terapeutica, suicidio assistito, ecc. sono solo modi diversi per arrivare allo stesso scopo, la morte. Meglio: ha spiegato come la desistenza terapeutica possa essere "la via italiana all'eutanasia". Del resto, sebbene le differenze ci siano (sono d'accordo con lei su questo), è chiaro che tutti questi strumenti possono essere utilizzati a fini eutanasici: un conto è se un malato terminale sceglie di rinunciare alle cure, un conto è se lo sceglie una persona disabile, o con una patologia cronica, che non è affatto vicino alla fine naturale.