Ancora sul voto in Olanda

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wilders

Prima del voto in Olanda, l’ex ministro degli esteri dei cristiano democratici Ben Bot spiegava che l’escalation tra l’Aja e Ankara - scattata dopo i respingimenti dei ministri turchi impegnati nel tour elettorale a favore dell'autoritario referendum presidenziale voluto da Erdogan - era frutto di “considerazioni elettorali” interne al suo Paese e del suo premier, Mark Rutte, uscito poi ‘vincitore’ dalle elezioni (in realtà Rutte ha perso molti seggi e non è scontato quale sarà il governo destinato a guidare la nazione). Rispedire a casa i ministri turchi è stata una mossa politica utile e spregiudicata per Rutte, intestarsi, da premier, una battaglia che faceva presa sull’orgoglio nazionale ferito dopo le accuse di Erdogan all’Olanda “nazista”.

Siamo noi quelli che proteggono i vostri interessi, il messaggio lanciato dal leader del VVD, siamo noi a difendere l’Olanda dallo straniero, e se il tema di questa campagna elettorale doveva essere l'immigrazione, Rutte ha saputo sorprendere l’elettorato, mentre il suo grande avversario e favorito nei sondaggi, Geert Wilders, che su questi temi si è sempre battuto, ha avuto meno chance di conquistare nuovi elettori. Wilders non ha vinto ma ha comunque rafforzato la sua presenza in parlamento. Ed è stato lui a chiedere, per primo, il respingimento dei ministri turchi. Ma la tempistica dello scontro infuocato fra Olanda e Turchia è un po' sospetta, lo scontro è scoppiato in concomitanza con il voto, e qualche dubbio sulla reale dinamica dei fatti resta, tanto più che è stato un gioco "win win", servito sia a Rutte che a Erdogan per alzare i toni nelle rispettive sfide elettorali e conquistare consenso.

Non ci sono prove o riscontri certi di un accordo a tavolino tra i due leader, fatto sta che da una parte abbiamo il machiavellico Erdogan, quello del presunto colpo di stato della estate scorsa, che ha aperto la stagione delle grandi purghe in Turchia con decine di migliaia di arresti, un politico che non ha più niente da perdere, dall'altra parte c'è Rutte, figura sempre presente nei vertici europei, parte integrante dell'establishment di Bruxelles che proprio con Erdogan ha siglato il patto che prevede un mega assegno miliardario per Ankara, in cambio di una stretta sulla immigrazione. Accordo che adesso la Turchia minaccia di far saltare ma che per ora non è mai stato realmente messo in discussione perché funzionale alla relazione speciale fra Berlino e Ankara, la cancelliera Merkel e il sultano.

Qualcosa però non torna se il governo turco, proprio mentre Erdogan lanciava bordate pesantissime contro gli olandesi, rassicurava la comunità degli investitori, sempre olandesi, sulla continuità degli affari e degli scambi commerciali tra i due Paesi. Così mentre i giornali titolavano "fermato Wilders, stop all'onda populista", il sultano di Ankara e la elite di Bruxelles brindavano, ognuno per conto suo e per il proprio tornaconto, alla continuità. Ovvero continuare a pagare Erdogan per fare il guardiano dei confini europei. Wilders invece voleva fermare l'immigrazione musulmana e chiudere le moschee. E forse per questo, alla fine, Erdogan ha preferito duellare con Rutte nella partita delle elezioni olandesi, una escalation durata il tempo qualche giorno. In tempo per alterare, come direbbe Obama, l'esito del libero voto popolare?

CommentiCommenti 4

Edmondo (non verificato) said:

Gentile Santoro,
condivido la sua analisi, ma allora in sintesi che cosa vogliamo? Un'Europa frammentaria in cui ogni nazioncina applica le sue ricette a seconda del leader (lasciamo perdere se "populista" o meno) di turno, oppure vogliamo cercare di governare i fenomeni, di portata transnationale e di gittata sicuramente superiore a qualche legislatura, in maniera adeguata? Le dico subito che, far marcire le persone nei campi profughi (come stiamo pagando per fare), erigere muretti e 'dagli al musulmano' (qualcuno citava Manzoni da queste pagine) non sono soluzioni ne' umanamente accettabili ne' praticabili. La saluto.

Roberto Santoro (non verificato) said:

Caro Edmondo, anche il nostro giornale crede che processi e flussi migratori sia meglio governarli con la politica invece di alzare muri qua e là tra i Paesi europei, ma che questo "governo della immigrazione" possa assicurarlo Bruxelles appare difficile, visto che in Europa manca una vera politica di difesa e sicurezza comune, cioè una politica estera capace di incidere alla radice dei fenomeni di cui parliamo. D'altra parte ognuno dei grandi Paesi europei ha un suo modello di integrazione con caratteristiche specifiche, buone o cattive; solo l'Italia continua ad arrampicarsi sugli specchi della accoglienza fine a se stessa, che non e' una politica ma un modo per cercare di gestire l'esistente - magari, come racconta la cronaca giudiziaria, lucrandoci sopra quando capita. Insomma cosa vogliamo? Un cambio di paradigma sulla immigrazione che parta da casa nostra, più autonomia da Bruxelles e rapporti bilaterali con i Paesi di partenza di migranti e clandestini che non siano condotti com'e' avvenuto con l'Egitto negli ultimi anni. Il governo italiano eviti altri errori. Come isolarci nella crisi libica puntando tutto su cavalli sbagliati, in un momento di grandi cambiamenti della scena internazionale, dove ogni potenza a cominciare da USA, Gran Bretagna, Germania e Francia insegue il proprio interesse nazionale.