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populismo

“L’amicizia o il dissidio tra il capitale e il lavoro, tra gli intraprenditori e gli operai, è uno dei problemi più gravi e formidabili del secolo nostro”.Quando Luigi Luzzatti scrive queste parole si riferisce, evidentemente, al suo secolo, il XIX. Ma il tema del rapporto tra capitale e lavoro caratterizzerà, in maniera ancora più decisiva e, per certi versi, drammatica, il secolo successivo, il XX e, ancora oggi, nel secondo decennio di un altro secolo e di un altro millennio, possiamo affermare che, seppur in termini diversi, è ancora presente e per nulla risolto.

Luzzatti ha ben chiara, cosa né semplice né scontata nella seconda metà dell’Ottocento, la centralità di questa questione. Dopo quello della religione e della “coltura nazionale” (altri due problemi di assoluta attualità anche oggi), per lui “forse non se ne potrebbe additare alcuno che in sé addensi maggiori pericoli e maggiori speranze”. Pericoli e speranze che nascono da un dissidio profondo che Luzzatti analizza, con numerosi scritti,  attraverso tre diversi approcci e grazie a una panoramica internazionale che da conto di come esso venga affrontato in Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera, Danimarca, ma anche Stati Uniti e Russia.

Come è facile immaginare, rifiuta quella che definisce “la dottrina delle contraddizioni”, quella cioè di socialisti e comunisti che vogliono “rivedere il disegno della creazione” considerandolo sbagliato “per crearne una nuova, una speciale invenzione” che però è soltanto il frutto della “loro fantasia”. Quella di tribuni che parlano alle masse con “sul labbro l’inno selvaggio della rivolta” e che parteggiano “pel numero contro la intelligenza e il capitale incolpando i padroni di tutte le miserie degli operai” creando così la figura dell’operaio “irresponsabile vittima di prepotenze”. Una dottrina che conduce direttamente alla guerra sociale.

L’altro metodo, che considera altrettanto nefasto, è quello che definisce “delle armonie necessarie”. Quello cioè degli “economisti placidi e rassegnati” i quali restano in attesa del “miracolo dell’accordo fra il lavoro e il capitale, dalle armonie economiche”. Non credono, questi economisti, alle possibilità di alcuna legge umana e positiva che lo affronti, giustificano i mali esistenti e si compiacciono di descriverli scientemente, dichiarandoli inevitabili e, per non alimentare illusioni del progresso nelle classi lavoratrici, inesorabili o, addirittura “lirici”.

Ci sono poi, fortunatamente, coloro che “sentono le perturbazioni” e non le incentivano ma neanche le accettano passivamente. Si adoperano, prima di tutto, per determinarle esattamente osservando le condizioni reali delle società umane. Si interrogano sul “se” e sul “come” tali perturbazioni possano essere “corrette spontaneamente dalla operosità e dal progresso sociale”; su quanto esse siano connesse alla natura umana e quanto possono essere risolte o attenuate grazie all’intervento della legge. Insomma coloro che si pongono, con metodo sperimentale, il dovere di ricercare direttamente nelle reali condizioni delle società umane, di meditare per poi tentare di risolvere le questioni attraverso le leggi e le istituzioni.

Le leggi e le istituzioni che tesoreggiano la previdenza, che danno i mezzi del credito e del lavoro autonomo; le leggi che prevedono l’obbligatorietà dell’istruzione primaria e dell’igiene e che introducono limiti alle ore del lavoro dei minori e delle donne; le leggi sulle società di mutuo soccorso e di cooperazione; l’istituzione di scuole d’arti e di mestieri; la possibilità di partecipazione degli operai ai profitti dell’azienda. Leggi e istituzioni che sono il frutto del progresso sperimento, nell’ordine dei fatti, sono le dottrine degli economisti osservatori titolati, per questo, a realizzare la tutela del loro lavoro. 

Queste stesse leggi e istituzioni, per coloro che sostengono che tutto vada per il meglio, sono considerate inganni portatori di delusioni e vanità, mentre la libertà assoluta e l’indifferenza del legislatore sono l’unica medicina efficace. Tra questi ultimi sono anche i filantropi, che Luzzatti considera i più pericolosi. Coloro che spontaneamente donano mantenendo per se stessi il monopolio del bene e concedendo per liberalità ciò che dovrebbe rappresentare un rigoroso dovere sociale. Ma le stesse leggi sono avversate ugualmente da quei “tribuni e operai socialisti” che come “Nerone assisteva allo spettacolo delle case del popolo incendiate” amano cantare “le lugubri fiamme da essi accese”.

La tutela del lavoro è, invece, per Luzzatti, problema “igienico, morale, economico e politico” che va affrontato attraverso la legge frutto dell’opera inesauribile del progresso che nel suo dispiegarsi innalza l’ideale umano e per questo è da salutare come “l’aurora della pace tra il capitale e il lavoro”. In tempi come i nostri, caratterizzati, in Italia come in gran parte del resto dell’Europa e dell’Occidente, dalla contrapposizione sempre più cieca e violenta tra populismi di ogni genere ed élite economiche e finanziarie che stanno mettendo a rischio la tenuta  della democrazia e della pace sociale, l’insegnamento di Luzzatti, risulta, ancora una volta, attuale e utile per chi ha a cuore, disinteressatamente, i destini della coesione e dunque dell’intera umanità.

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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