Lotti e Marroni ancora al loro posto

Consip, il caso non è chiuso

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 | 12 Aprile 2017
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"Consip, il caso è chiuso!". "Consip, l'inchiesta è azzerata!". "Consip, tutti i Renzi santi subito fino alla settima generazione!". Tra renziani e giornaloni al seguito tiene banco la notizia delle indagini in corso sul capitano dei carabinieri del Noe, autore per i pm di Napoli di una voluminosa informativa sul caso Consip, quello sulla presunta corruzione negli appalti della centrale per gli acquisti della pubblica amministrazione, che vede coinvolti a diverso titolo l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, il papà di Renzi, Tiziano, il suo amico Carlo Russo e l’attuale ministro Luca Lotti, già sottosegretario alla presidenza del consiglio durante il governo Renzi. Secondo quanto filtra dalla procura di Roma, il capitano dei carabinieri sarebbe indagato per falso, con l'accusa di aver 'manipolato', nel riversarla nell'informativa, la trascrizione dei brogliacci di una intercettazione attribuendo erroneamente a Romeo una frase non sua su un presunto incontro con "Renzi", individuato come Tiziano.

L'accusa è grave e l'episodio merita certamente tutti gli approfondimenti del caso, sia che si tratti di una intenzionale falsificazione (come sembra ritenere la Procura di Roma), sia che si tratti di un errore involontario (come sostiene il difensore del capitano, il quale sottolinea che nel brogliaccio originario l'attribuzione dell'intercettazione era giusta, e in caso di falsificazione dolosa il capitano avrebbe dovuto ben guardarsi di depositarlo in Procura insieme all'informativa sbagliata, come invece ha fatto). In inchieste di questo livello, come in ogni altra inchiesta, gli errori non devono capitare e da buoni garantisti aspettiamo dunque che la magistratura ci dica se nello scambio di nomi c’è stata o meno una intenzionalità da parte di un servitore dello Stato.

Detto ciò, a lasciare perplessi è tuttavia la reazione delle schiere renziane e dei suddetti giornaloni alla notizia del nuovo filone di indagine. "Cade la prova regina!", si legge nelle prime pagine, come se tutto il caso Consip fosse in quella frase captata dalle microspie, come se fosse quello il solo perno dell'accusa di traffico di influenze illecite a carico di papà Renzi, come se l'altro filone dell'inchiesta, quello che ruota attorno a Luca Lotti, avesse qualcosa a che vedere con tutto ciò. Come se non esistessero i "pizzini" di Romeo ritrovati nell'immondizia, le dichiarazioni rese a verbale da Alfredo Mazzei su un presunto incontro tra Romeo, Russo e Tiziano Renzi (smentito, va detto, dagli interessati), le confidenze del sindaco Pd di Rignano sull'Arno su presunte preoccupazioni del padre dell'ex premier, i consigli sulle frequentazioni da evitare, i telefoni che improvvisamente ammutoliscono e, soprattutto, le deposizioni "esplosive" dell'amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, tanto sugli incontri con Tiziano Renzi e sulle presunte pressioni subìte da Russo, quanto sulla "soffiata" sull'inchiesta che lo avrebbe portato a rimuovere le microspie dal suo ufficio compromettendo irrimediabilmente l'inchiesta, soffiata che Marroni attribuisce al ministro Lotti il quale a sua volta accusa Marroni di calunnia.

Su tutto questo il giudizio spetta alla magistratura e - al netto dell'informativa sbagliata o taroccata - accortezza vorrebbe che prima di celebrare il funerale dell'inchiesta stappando metaforiche bottiglie di Chianti sulle rive dell'Arno se ne attendesse quantomeno l'esito. Su un punto cruciale tuttavia la risposta spetta alla politica: se la ricostruzione fornita dal Pd e dal governo è davvero così ineccepibile, se Marroni ha calunniato Lotti e Lotti è stato calunniato da Marroni, perché sia Lotti che Marroni sono ancora entrambi al loro posto? Difendere a oltranza e allo stesso tempo tanto il presunto calunniatore quanto il sedicente calunniato non è una contraddizione così insanabile da far ritenere che il caso Consip sia tutt'altro che chiuso?

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