Buon compleanno Benedetto XVI

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ratzinger, 90 anni

Ieri Joseph Aloisius Ratzinger – Benedetto XVI, primo “papa emerito” della Chiesa cattolica ha compiuto novant’anni. Un uomo che ha vissuto la Seconda guerra mondiale, il Concilio Vaticano II – di cui fu uno dei protagonisti – ma anche la cortina di ferro, il crollo dei regimi del socialismo reale, l’11 settembre e la crisi economico-finanziaria del 2008. Originario della Baviera, sacerdote, teologo, docente, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, successore di Pietro ma soprattutto grande pensatore, Ratzinger lascia in eredità un vero e proprio patrimonio sapienziale, un armamentario indispensabile per chiunque, credente o non credente, voglia districarsi nel difficile tempo che attraversa la cultura occidentale e, di riflesso, mondiale.

A quattro anni dalla grande rinuncia, i novant’anni dell’uomo Ratzinger possono essere l’occasione per suggerire alcune tappe fondamentali della riflessione del teologo bavarese che da Romano pontefice ha lanciato una vera e propria sfida a quella che egli stesso ha chiamato “dittatura del relativismo”: quel clima culturale che vuole negare alla ragione umana la possibilità di conoscere verità universali.

Per Benedetto XVI si tratta dell’ultima grande dittatura, dopo la disfatta del nazismo e il crollo del comunismo. Non è un caso l’utilizzo nel discorso alla Curia romana del 2005 del termine ‘dittatura’ perché in Papa Benedetto, la sensibilità al vero, l’annuncio instancabile della verità contro ogni tipo di menzogna, si lega al primato della coscienza e della libertà contro la tirannide. In uno dei testi del Papa emerito, “Elogio della coscienza”, si condensa proprio questa nota dominante in Ratzinger, mutuata da John Henry Newman e esemplificata da Thomas More, del nesso coscienza-verità-libertà.

Per Ratzinger, il contributo fondamentale del cristianesimo alla civiltà occidentale, costato il sangue di milioni di martiri, è stato proprio quello di avere affermato il primato della coscienza personale contro ogni auto-divinizzazione del potere politico, che è da sempre la tentazione del potere che vuole farsi omnicomprensivo e totalitario, “bestia collettiva” per dirla con Simone Weil. Come ricorderà il fratello Georg, fu proprio la sua fede in Cristo a non far cedere il giovane Joseph alle lusinghe dell’ideologia hitleriana. 

Un punto cruciale che Joseph Ratzinger sviluppa anche in altri interventi e opere, ad esempio in “Chiesa, ecumenismo e politica. Nuovi saggi di ecclesiologia” (1987): “la moderna idea di libertà – dice Ratzinger – è un legittimo prodotto dello spazio vitale cristiano; essa non poteva svilupparsi in nessun altro ambito se non in esso. Bisogna anzi aggiungere: essa non è affatto impiantabile in qualsiasi altro sistema, come si può oggi constatare con chiara evidenza nella rinascita dell’islam”. E subito aggiunge: “il tentativo di innestare i cosiddetti criteri occidentali, staccati dal loro fondamento cristiano, nelle società islamiche, misconosce la logica interna dell’islam […] la costruzione sociale dell’islam è teocratica, quindi monistica, non dualistica. Il dualismo che è la condizione previa della libertà presuppone a sua volta la logica cristiana. Dal punto di vista pratico ciò sta a significare: solo lì dove è preservato il dualismo di Chiesa e Stato, di istanza sacrale e politica, vi è la condizione fondamentale per la libertà. Dove la Chiesa diventa essa stessa Stato, la libertà va perduta”.

Ma non basta, perché, avvertiva l’allora Cardinal Ratzinger “anche lì dove la Chiesa viene soppressa come istanza pubblica e pubblicamente rilevante, viene a cadere la libertà perché lo Stato reclama di nuovo per sé la fondazione dell’etica. Nel mondo profano, post-cristiano, lo Stato avanza questa istanza non nella forma di autorità sacrale ma come autorità ideologica”.

E il relativismo, vessillo del neolaicismo che vuole escludere la religione dallo spazio pubblico e negare addirittura la capacità dell’uomo di poter giungere a qualsiasi verità universalmente valida, è perciò l’ultima grande dittatura. Al secolarismo aggressivo, il quale ribatteva sostenendo che la pretesa veritativa fosse fonte di fondamentalismi illiberali, Ratzinger ha opposto una fede in rapporto costante con la ragione, dove l’una cura l’altra dalle rispettive patologie del razionalismo e dell’integrismo.

Spostando l’assoluto fuori dal mondo della politica, il cristianesimo, dirà lo stesso Ratzinger in una conferenza nel 1984, è il nemico acerrimo delle utopie e del perfettismo: “né la ragione né la fede promettono, a nessuno di noi, che un giorno ci sarà un mondo perfetto. Esso non esiste. La sua continua aspettativa, il gioco con la sua possibilità e prossimità, è la minaccia più seria che incombe sulla nostra politica e sulla nostra società, perché di qui insorge fatalmente l’onirismo anarchico. Per la consistenza futura della democrazia pluralistica e per lo sviluppo di una misura umanamente possibile è necessario riapprendere il coraggio di ammettere l’imperfezione ed il continuo stato di pericolo delle cose umane”.

Non è un caso che proprio attorno a Ratzinger abbiano fatto quadrato molti non credenti, accogliendo la sfida ratzingeriana a “vivere come se Dio esistesse” e a lottare contro l’apostasia dell’occidente da sé stesso. Scriverà a Marcello Pera nel 2004: “c’è qui un odio di sé dell’occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere”.

I discorsi di Ratisbona, Berlino e Westminster che sarebbero di lì a pochi anni seguiti, fatti da un Ratzinger ormai Benedetto XVI, ma anche –  come ripete sempre Ettore Gotti Tedeschi –  le encicliche Caritas in veritate e Lumen fidei, costituiscono un vero e proprio programma culturale a disposizione di chiunque non voglia arrendersi allo sgretolamento della civiltà occidentale sotto i colpi del pensiero debole e dei fondamentalismi vecchi e nuovi, i quali attecchiscono ovunque il nichilismo sottragga all’uomo capacità di verità e di speranza.

 

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