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Da Facebook via libera alle proteste contro Trump. L'azienda di Menlo Park sembra orientata a dare tutto il sostegno possibile agli impiegati che parteciperanno alla marcia pro-immigrati prevista per il primo maggio negli Stati Uniti. Il gigante dei social media annuncia che farà un'indagine sui propri venditori, per controllare che non ci siano strappi alla linea data. Facebook informa di essere “impegnato nel creare degli ambienti di lavoro inclusivi in cui gli impiegati si sentano confortati nel poter esprimere le loro opinioni”, presumibilmente quelle opinioni che stanno a cuore ai nuovi e occhiuti controllori di “fake news”, o presunte tali, reclutati da Zuckerberg e soci per sorvegliare Internet. 

Facebook ha criticato più volte la politica sull’immigrazione del presidente Trump. Il CEO di Google, Pichai, e il cofondatore Brin hanno preso posizione contro l’ordine esecutivo firmato dal presidente che blocca l’immigrazione negli Usa dai paesi sponsor del terrorismo. Facebook, Google, ma anche Apple, Microsoft e Intel, insomma i padroni di Internet, sono alcune delle grandi corporation della Silicon Valley che hanno sottoscritto un documento contro l’ordine presidenziale. Zuckerberg nei mesi scorsi si era detto “preoccupato dell'impatto dei recenti ordini presidenziali”, affermando che gli USA sono “una nazione di immigrati e ne dovremmo essere fieri”. In quella occasione, il CEO di Facebook aveva praticamente dato luce verde alla immigrazione illegale difendendo “milioni di persone senza documenti che non rappresentano una minaccia” ma che per colpa dell’ordine di Trump sarebbero destinate a vivere "nella paura della deportazione". 

Come Belen Sisa (nella foto), un giovane 23enne immigrata irregolare negli Usa che pubblicò su Facebook un post in cui annunciava di voler “sfatare il mito per cui gli immigrati senza documenti non pagano le tasse”. Il video, spalmato dagli algoritmi che governano motori di ricerca e social media, divenne subito virale con decine di migliaia di condivisioni. Ma il "post" della giovane clandestina lascia molto perplessi, soprattutto sulle argomentazioni fornite dalla ragazza, ed ha spinto qualcuno a parlare di "fake", questa volta amplificate proprio da chi dice di voler bloccare le bufale. Facebook e Twitter, del resto, hanno alimentato la paranoia contro i “raid dell’ICE”, l’ente per l’immigrazione Usa, lasciando dilagare i post di denuncia anti-trumpista, di tutti quelli che hanno dimenticato le 'deportazioni' di Obama (qualcuno facendo i conti afferma in numero maggiore rispetto a Trump, considerando lo stesso periodo di tempo). A denunciarlo un rivista "cool" come Vice. 

Nella visione dei padroni del web il mondo è una cosa sola, totalmente interconnessa, e idee come frontiera e identità stonano con lo spirito del tempo dominante. “Siamo una nazione di immigrati”, ha detto in passato Zuckerberg, che però non ha l'aria del rifugiato siriano, anzi, da più parti viene considerato lo sfidante in pectore alla presidenza degli Stati Uniti alle prossime elezioni. Peccato che se un giorno il ragazzino fondatore di Facebook dovesse diventare presidente, gli Usa come abbiamo imparato a conoscerli non esisterebbero più – in un campus ieri gli studenti hanno chiesto di togliere la bandiera a stelle e strisce – sostituiti da un “governo globale” fondato su Big Web, l’immigrazione incontrollata e il suo sfruttamento, e la censura delle idee scomode. Scusate, delle "fake news".

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