Rischio flop

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Adesso Matteo Renzi teme un possibile flop dell’affluenza alle primarie Pd. L'obiettivo dell'ex premier, però, in queste ore non è tanto quello di vincere la sfida interna al partito – questo pare già assodato – bensì evitare che una bassa affluenza ai gazebo gli consegni di fatto una leadership debole. Il che sarebbe una vera iettatura perché trasformerebbe paradossalmente la vittoria alle primarie in una certificazione del fallimento del renzismo, dando così in pasto agli avversari, interni ed esterni al Pd, un argomento facile per delegittimarlo. Ma soprattutto manderebbe in fumo il sogno del cassetto a cui Renzi, al di là delle dichiarazioni di facciata, non ha mai rinunciato: andare al voto al più presto.

Per riuscirci c’è bisogno, appunto, di una legittimazione di popolo considerevole. I sondaggi, in realtà, non danno grandi garanzie. I più ottimistici, come quello diffuso da Piepoli, prevedono che ai gazebo si rechino non più di 1,7 milioni di persone. Ma in casa Pd si teme di non superare la soglia del milione di votanti. Il che sarebbe un vero disastro. Non a caso l’ultima e-news si è trasformata in una vera e propria supplica: “Vi prego! Il passaggio di domenica è fondamentale e noi abbiamo molto bisogno dell'impegno di voi tutti”.

In ogni caso, retorica a parte, una cosa pare certa: i tempi delle primarie del 2007, quando al voto andarono ben 3 milioni e mezzo di italiani, sono ormai lontani anni luce. Segno che, dunque, il Pd a guida renziana è un partito che, comunque vada l’affluenza di domenica 30 aprile, è e rimane in crisi. Lo scollamento con la “base”, di cui tutti parlano e che è stato uno dei motivi della scissione di Bersani, D’Alema & Co., è solamente la cartina di tornasole del quasi totale scollamento con la realtà del Paese.

Renzi vorrebbe evitare che sia proprio questo ad emergere dalle primarie Pd. Il che complicherebbe non poco la realizzazione del sogno di imitare Theresa May e mandare gli italiani alle urne in un batter d’occhio. E pensare che il caso Alitalia scoppiato proprio in questi giorni poteva essere l’assist decisivo per congedare il governo Gentiloni. Anche perché lo scontro tra il ministro Calenda che spinge per la liquidazione dell'azienda e i renziani, come Ettore Rosato, che dicono “non se ne parla nemmeno” è già iniziato. Ecco perché la consacrazione “a furor di popolo” alle primarie viene vista come la possibile ciliegina sulla torta per dare giusto il tempo al Parlamento di approvare la legge elettorale per poi andare al voto.

Ma Renzi non si perde d’animo e prova a mettere già le mani avanti: “Che votino 100mila persone o un milione sono più di quante decidono sul blog di Grillo o nella villa di Arcore”. Come dire: comunque vada io farò come mi pare. Ma questa volta, come per il 4 dicembre, a decidere saranno gli italiani. E fino ad ora questi italiani sono andati nella direzione opposta a quella sognata dall’ex premier.

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