Al voto il 10 ottobre

È sempre il solito Renzi: come andare a elezioni a ottobre (e cercare di fregare Mattarella)

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 | 14 Maggio 2017
renzi, legge elettorale, mattarella

Alla fine di aprile, il presidente Mattarella interpretando il suo ruolo di garante delle istituzioni ha lanciato un monito al parlamento perché si dia, “sollecitamente”, una nuova legge elettorale, valida sia per il Senato che per la Camera. A due settimane di distanza, l’obiettivo minimo resta lo stesso ed è stato messo nero su bianco dal relatore della legge alla Camera, il presidente della commissione affari costituzionali Mazziotti di Celso. Un testo senza eccessive ambizioni, che punta ad armonizzare la legge elettorale tra i due rami del parlamento, estendendo più o meno quella della Camera - l’Italicum sopravvissuto alla Consulta - anche al Senato. 

Ma il partito che ha la golden share nella maggioranza di cui Mazziotti è espressione, il Pd, ha chiuso la porta in faccia alla proposta del relatore. Dopo aver cambiato praticamente una proposta al giorno, infatti, il Pd ha depositato la sua, il “mattarellum corretto”, vedi alla voce “verdinellum”, quello a prima firma Parisi-Abrignani, fedelissimi di Denis, avanzato mesi fa quando a seguito della sconfitta renziana al referendum si parlava di un voto imminente. Ora che Renzi si è ripreso la segreteria del partito, dopo lo sganassone referendario e gli uppercut di Roma e Torino, lo scopo dell’ex premier è sempre lo stesso, andare al voto e giocarsi il tutto per tutto nello scontro esclusivo con il movimento 5 stelle. La data che circola sempre più insistentemente è quella del 10 ottobre.

Per riuscirci Renzi cerca l’incidente parlamentare che sia in grado di aprire la crisi, dare il benservito a Gentiloni e andare al voto. Il No del Pd renziano alla proposta di compromesso avanzata da Mazziotti può fare alla bisogna. Altro che ricerca di una mediazione possibile come dicevano nei giorni scorsi i renziani in commissione parlando di legge elettorale, la strategia è sbarrare la strada a ogni mediazione, costringendo, probabilmente, il relatore stesso della legge alle dimissioni. Del resto la discussione si è già arenata alla Camera, dove la maggioranza di governo è autosufficiente e potrebbe cercare una mediazione partendo dai propri consistenti numeri.

Invece no, Renzi è in corsa verso il voto e siccome l’unica cosa che gli interessa, e in cui si distingue, è la demagogia, sta già preparando questo bel quadretto: io una legge maggioritaria l’ho proposta e voi me l’avete bocciata, di chi è la colpa se non si trova un compromesso in parlamento? Del solito fronte del No referendario, ovviamente, quello che ha sconfitto l’ex premier alla consultazione sulla riforma, e in particolare è colpa di quella odiata minoranza che poi ha abbandonato il Pd con la scissione della sinistra dalemiana e bersaniana. Colpa del fronte del No? Come abbiamo appena cercato di dimostrare è vero il contrario, è proprio il Pd a rifiutare qualsiasi accordo sulla legge elettorale, anche quello ridotto al ‘minimo sindacale’. 

Renzi in realtà è pronto scavalcare le ‘indicazioni’ di Mattarella andando al voto nella situazione in cui ci troviamo adesso, con una legge disarmonica, una per la Camera e l’altra per il Senato, dove, con una soglia dell’8 per cento, pensa di fare piazza pulita alla propria sinistra. Un’altra freccia all’arco renziano, insomma, "macroneggiare" davanti agli elettori dicendo avete visto?, il voto alla sinistra in Senato è un voto inutile, votate per il Pd contro il pericolo grillino. Un tentativo di escludere dalla gara il centrodestra, a cui le forze moderate devono reagire presentandosi unite e visibili; ma anche un gioco pericoloso, il tipico azzardo renziano, visto che questa impostazione è esattamente quella con cui Matteo ha consegnato Roma e altre città ai 5 stelle, e con cui rischia di consegnare a Grillo anche l'Italia.

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