Web tax

Versione stampabile
google tax

Gli alfieri, un po’ ammaccati, del globalismo spinto, soffrono di orticaria al solo sentirla pronunciare, "Google Tax", "Web Tax", insomma le tasse alle grandi corporation del web.

Per gli epigoni del tardo liberismo, persino gli accordi al ribasso come quello concordato tra lo Stato e Big Web, per sanare anni di elusione fiscale, sono un affronto alla mano invisibile del mercato. Secondo questi tecno-entusiasti non c’è nulla di male se le multinazionali della net economy pianificano aggressive strategie di tax planning cercando di pagare le tasse nei Paesi dove il fisco è meno pesante, così come è deprecabile pensare a una imposizione fiscale dello Stato nei confronti di imprese che non hanno una “stabile organizzazione” nel mercato di sbocco dei loro prodotti e servizi (Google e Facebook in Italia hanno solo uffici di rappresentanza). 

Insomma, per i globalisti di casa nostra a poco serviranno gli sforzi in trincea del parlamentare Francesco Boccia (Pd), che insegue da anni l’obiettivo della Web Tax (e adesso pare disposto ad accontentarsi di un compromesso tra Big Web e l’agenzia delle Entrate); del resto ci ha pensato il redivivo segretario del partito di Boccia, Matteo Renzi, a tutelare gli interessi della fu obamiana Silicon Valley qui in Italia, lo stesso Renzi che da premier ha chiamato un pezzo da novanta di Amazon, il vicepresidente del colosso Usa, per metterlo a capo della "web room" di Palazzo Chigi. 

A poco serviranno, si sottolinea ancora, i tentativi ormai disperati della Commissione Europea di armonizzare i sistemi di tassazione nei Paesi membri, mentre sulla stampa finanziaria piovono dubbi sul progetto lanciato dalll’OCSE di evitare con opportuni accorgimenti la erosione della base imponibile di un Paese per colpa delle strategie di pianificazione fiscale messe in atto dalle corporation che, come abbiamo visto, sfruttano i varchi aperti dai sistemi fiscali più vantaggiosi (profitti in Italia, tasse in Irlanda). 

Molte delle affermazioni e delle critiche che abbiamo riportato non sono prive di senso ed è possibile, come paventano alcuni, che spremendo i giganti di Internet i governi europei faranno lievitare i costi per i consumatori finali, su cui le corporation potrebbero rivalersi se verranno costrette a pagare più tasse. Ma c’è qualcosa che non torna in questa ricostruzione fatta dagli avvocati d’ufficio del libero mercato, qualcosa che cozza con la filosofia ci Mark Zuckerberg. Il fondatore di Facebook, l’uomo nelle mani del quale i governi di mezzo mondo stanno mettendo il controllo delle informazioni (vedi  fake news), il candidato in pectore alle prossime elezioni Usa, infatti, non ha mai detto che la sua è una multinazionale vocata unicamente al profitto. Zuckerberg non si sente affatto un nipotino di Adamo Smith.

Al contrario, nel suo manifesto Zuckerberg annuncia di voler “costruire nel lungo termine una infrastruttura sociale per unire l’umanità”. Dichiarazioni simili le abbiamo sentite anche da molti altri filantropi, ops, miliardari della Silicon Valley. Ma se la pretesa di Facebook, Google e company è quella di intervenire direttamente nello “spazio pubblico” per garantire ai cittadini un bene comune, Internet come l’acqua o l’istruzione, allora cosa accidenti aspettano i padroni del web per fare i conti con il fisco? L'elusione fiscale non  è che sia proprio il massimo dello sviluppo sostenibile! Un vero piano di rientro per Big Web in Italia, dopo i profitti, in crescita costante se pensiamo al mercato dell'advertising online degli ultimi anni, porterebbe nella casse dello Stato il valore della manovrina di aggiustamento dei conti chiesta da Bruxelles...

Insomma se davvero le grandi corporation non pensano solo ai profitti ma a soddisfare i bisogni di una comunità, paghino almeno la “multa”, anzi, la multarella, su cui ancora però non si capisce se governo e parlamento italiano sono d'accordo (Padoan al G7 di Bari è sembrato scettico), e poi ne riparliamo di social business e “infrastrutture dell’umanità”. 

 

Aggiungi un commento