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Le donne, i consiglieri, le armi e i ricatti. Se non fosse avvolta da una spessa coltre di squallore (per non dir di peggio), somiglierebbe a una disfida d’altri tempi quella che ha portato dopo soli undici mesi alla caduta del Comune di Brindisi, conquistato nel giugno dello scorso anno da Angela Carluccio, alla guida di una coalizione di centrodestra, e abbattuto in tempi record per ragioni che con la politica sembrano non avere nulla a che fare.

Facciamo un passo indietro. Qualche giorno fa, in terra brindisina e in tutta la Puglia aveva fatto scalpore la decisione di abbandonare la politica annunciata da Massimo Ferrarese, già presidente della Provincia, leader del movimento “Noi Centro” (di cui la Carluccio è espressione), stimato imprenditore con un passato ai vertici di Confindustria, presidente dell’Invimit, la società pubblica di gestione di fondi immobiliari. Ferrarese ha comunicato la sua scelta lanciando un pesante atto d’accusa: “Evidentemente quelli che sono i miei canoni di comportamento sono ancora lontani dai princìpi di chi continua a interpretare la politica con il solo ambizioso obiettivo dei propri interessi personali”; “Non si può far politica solo con la morale, ma nemmeno senza”; “L’amministrazione Carluccio a Brindisi è caduta proprio perché non abbiamo accettato di subire ricatti da parte di nessuno e soprattutto da chi mette su un piatto della bilancia i propri interessi e sull’altro la sorte di una città”.

Un sasso – di più, un macigno – lanciato nello stagno di un imbarazzante non detto. A cosa si riferisse Ferrarese con il suo duro j’accuse lo si è capito nei giorni successivi, quando sugli organi di informazione locali la storia della caduta del Comune brindisino, per mano di un consigliere di maggioranza unitosi alla minoranza per dare la spallata decisiva attraverso dimissioni di massa, ha iniziato ad assumere contorni via via più nitidi e inquietanti. A rendere pubblici nomi, cognomi e circostanze ci ha pensato Toni Muccio, coordinatore cittadino di "Noi Centro". Secondo il suo racconto, qualche settimana prima di infliggere il colpo mortale all'amministrazione Carluccio il transfuga si sarebbe recato da Ferrarese, in compagnia di un ex assessore, reclamando un posto di lavoro per sua moglie. Messo alla porta senza che la sua richiesta fosse esaudita, avrebbe "tormentato" Muccio "per un mese e mezzo tra sms, chat e telefonate".

Il diretto interessato ovviamente smentisce, dice che la moglie non ha bisogno di niente perché fino a ottobre percepirà un sussidio di disoccupazione, si proclama vittima di minacce che gli sarebbero state rivolte nei giorni delle dimissioni fatali. Ma a suffragare le parole del coordinatore brindisino di "Noi Centro" c'è tra le altre la testimonianza dell'ex assessore presente all'incontro, che racconta di essersi scusato con Ferrarese dopo aver assistito alla presunta, poco edificante scena.  Le rivelazioni di Muccio, e le altre che a catena sono seguite, hanno gettato una nuova luce sul gesto di denuncia di Ferrarese e sulle affermazioni durissime che lo avevano accompagnato. E, come se un vaso di Pandora fosse stato scoperchiato, in città già si parla di prove telematiche e telefoniche di un clima di pressione e malcostume, di un presunto viavai di curriculum di congiunti di consiglieri fuoriusciti dalla maggioranza, di richieste avanzate da esponenti dell'opposizione pronti al salto.

Storie di ordinario malcostume? Forse, anche se vorremmo sperare che così non sia. La notizia, però, è che c'è chi dice no. Pur di non cedere al ricatto e all'intimidazione. A costo di veder cadere la propria amministrazione. E' la storia di Massimo Ferrarese, ed è la storia di quanti come lui concepiscono la politica come passione e come servizio per il bene comune.

Il sacrificio del Comune di Brindisi è destinato a restare confinato nella categoria delle nobili testimonianze se su questa emblematica vicenda non verranno accesi i riflettori nazionali, per farne un'occasione di più ampia riflessione sul significato dell'impegno politico. Sarà la magistratura, se lo riterrà, ad approfondire l'accaduto per ricostruire i fatti e valutarne l'eventuale rilevanza giudiziaria. Ma la politica, sul suo terreno, non può restare a guardare. Fare del caso Brindisi un paradigma nazionale è quanto ha chiesto Gaetano Quagliariello, leader di 'Idea'. "Se quanto emerge non troverà smentite concrete - dice Quagliariello -, saremmo di fronte a un fatto gravissimo, che rende peraltro ancor più chiara la scelta di Ferrarese di lasciare la politica come atto morale di denuncia. Non è probabilmente la prima volta che cose simili accadono, e purtroppo forse non sarà l'ultima. Ma se di fronte al disvelamento di vicende di questo genere non si crea un fronte comune che condanni questi episodi e isoli coloro che li mettono in atto, tutti i proclami anti-corruzione ai quali assistiamo ogni giorno saranno solo stanche litanie a copertura di una insopportabile ipocrisia. Auspichiamo dunque - conclude il leader di 'Idea' - che dalle forze politiche giunga, anche a livello nazionale, una presa di posizione commisurata alla gravità dei fatti".

Di certo, 'Idea' non resterà a guardare.

 

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