Recensioni

Versione stampabile
distopia

“Ma non potete lasciarmi andare così! Io sono colpevole! Di omicidio! Ho ucciso mia moglie!” Lo psichiatra divenne ancora più tagliente: “Colpevole” esclamò con un tono di leggero disprezzo “Lei sa bene che la società sta cercando di abolire una volta per tutte il concetto di colpa!”.

Questo il cuore di “L’uomo che voleva essere colpevole”, del danese Henrik Stangerup, fresco di ristampa per Iperborea che l’aveva pubblicato per la prima volta nel 1990. Un inquietante e per molti versi profetico romanzo distopico del 1973, ambientato in una Danimarca di qualche decennio dopo, quando il modello statale nord-europeo trionfa e dove si consuma il dramma di Torben e Edith. Scrittore di successo lui e brillante operatrice nel montaggio cinematografico lei, dopo il bagno ideologico degli anni ’70 vedono diminuire progressivamente il loro benessere e crescere lo stato che ha per motto “Il bene comune dalla Culla alla Tomba”. E allora perché nessuno era felice? Ma cosa era poi la felicità? Nessuno lo sapeva. Tanto meno le migliaia di sociologi e psicologi prodotti dagli anni Settanta che, svanito il sogno di rivoluzionare la società che li aveva animati quando occupavano le università, cercavano ora di rifarsi in un sistema di riforme che abolisse qualsiasi tipo di educazione minata dal germe dell’individualismo. Si inventavano senza requie nuove leggi per promuovere il bene comune e nuove teorie per migliorare l’integrazione del singolo alla società.

Niente più discussioni ideologiche, nessuno si interessa più di politica. Le tasse sono altissime e le città si riempiono di orribili supercondomini dove migliaia di Assistenti possono entrare e uscire a loro piacimento, fin dentro ogni singolo appartamento, per governare al meglio la vita di ciascuno; le case editrici sono invitate a pubblicare solo opere a carattere sociale e le istituzioni sono impegnate a espungere qualsiasi espressione linguistica negativa, in  stile simil-orwelliano. Torben finisce per lavorare all’INRL (Istituto Nazionale per la Razionalizzazione della Lingua), ma le cose peggiorano quando il governo introduce due riforme connesse fra loro: la prima era il bando assoluto di tutti i libri per l’infanzia e di tutti i cartoni animati che contenessero ogni minimo accenno alla violenza, al mito dell’eroe solitario e a quel genere di avventure che rendono affascinanti esotici paesi lontani a scapito della realtà presente e quotidiana e l’altra che prevedeva test obbligatori per tutti gli aspiranti genitori: test di psicologia dello sviluppo elementare e prove pratiche di convivenza e di contatto con i bambini e, inoltre – supervisionati da pedagoghi, sociologi e medici – test sullo stato fisico e psichico degli interessati. Solo chi otteneva nelle prove un risultato superiore alla media avrebbe avuto diritto al “certificato di procreazione” […] Le proposte erano semplicemente studiate per il bene dei bambini: non desideravano forse tutti vedere intorno a sé bambini felici e senza angosce?

Combattivi in un primo momento, Torben ma soprattutto Edith pian piano si piegano al nuovo sistema che cresce fino a soffocarli: il matrimonio si spegne mentre aumenta la tensione fra loro, dovuta anche alla paura di vedersi ritirato il “certificato di procreazione” e di perdere il proprio figlio. Gli incontri AA (Anti-Aggressività) non bastano a placare la rabbia repressa fino a che, una sera, durante un litigio, Torben ubriaco uccide sua moglie. E a sorpresa, dopo alcune settimane in ospedale dove tutti sono incredibilmente gentili con lui, gli viene detto che è libero di tornare in società, dove lui, in una trama kafkiana all’incontrario, tenta in ogni modo di essere riconosciuto colpevole dell’omicidio compiuto, ma inutilmente: nella nuova società Non esiste più la parola colpevole. Sono sempre le circostanze che determinano le nostre azioni, gli spiegano tutti. Torben però non se ne capacita: Non desiderava essere punito, desiderava solo questo: che si riconoscesse che quella sera era perfettamente consapevole di ciò che faceva, anche se era pieno di whisky. Se invece insistevano che era stato spinto dalle circostanze, allora cos’erano quelle circostanze se non il prodotto di una società che non permetteva di parlare d’altro che di circostanze, e che negava all’individuo il diritto a una vita propria, ai propri sogni e alla propria inviolabile identità? E la sua ribellione cresce fino a diventare un grido fisico, disperato: “Giudicatemi! Giudicatemi!”.  

E’ l’incubo della dittatura soft, quella più cupa, che lascia liberi i corpi ma rattrappisce l’anima, e l’oramai ex scrittore di successo si rende conto di aver riversato contro la moglie tutta la rabbia repressa per aver accettato le regole del gioco perdendo la propria libertà, la rabbia contro un sistema che ha imposto con violenza il cosiddetto Bene Comune in luogo della felicità, colpendo con durezza chiunque deviasse dalla norma.

In un crescendo surreale Torben scopre che nel suo fascicolo è scritto che lui ha occasionato la morte di sua moglie, ma il fatto che suo figlio gli sia stato sottratto non è una punizione, perché punizione e colpa sono concetti che non usiamo più. Lui non è colpevole: è solo uno squilibrato mentale. Successivamente le autorità si correggono, dichiarano di essersi sbagliati a credere alla sua autodenuncia: lui era solo presente al momento della morte accidentale di sua moglie. Infine Torben diventa un caso di colpa immaginaria da cui un giorno si sarebbero ricavate forse importanti informazioni scientifiche. Lo psichiatra spiegò che il suo complesso di colpa era il residuo di un passato che poneva l’individuo al centro di tutto e che nutriva una fede incrollabile nell’inviolabilità della “personalità” del singolo. […] Tutto provava che c’era ancora molta strada da fare prima di poter credere di aver creato l’Uomo Nuovo, adatto a vivere nella futura e complessa società nuova. Il finale, tragico e geniale, lo lasciamo scoprire al lettore. Che nell’incubo di Torben, dove il Bene Comune stabilito dallo stato ha sostituito la felicità, sicuramente avrà intravisto anche qualcosa di sinistramente familiare.

 

 

Aggiungi un commento