Spunta RyanAir

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Ma che fine ha fatto Alitalia? Vuoi perché i commissari hanno bisogno di tempo per capire la situazione dell’azienda, vuoi perché in tempo di campagna elettorale per le comunali parlare di un argomento così spinoso come Alitalia non era certo in cima ai desiderata del governo e soprattutto del Pd, sta di fatto la questione sembra essere scomparsa dai radar della politica e, dunque, anche dei giornaloni. Precisamente dopo che ad inizio giugno sono pervenute ai commissari straordinari ben 35 manifestazioni di interesse, cosa che ha fatto esultare il governo, in primis il ministro dei trasporti Delrio: “Abbiamo ricevuto molte offerte, sembrava che non la volesse nessuno e invece non è così perché il settore aereo è un settore in crescita”.

Da allora tutto tace. E c’è un perché. Di quelle 35 manifestazioni di interesse ne sono già cadute due terzi solo sui prerequisiti. Ora ne sono rimaste una dozzina che potranno accedere nella cosiddetta «data room», dove potranno esaminare i dati economici sulla società, e poi eventualmente avanzare le loro proposte. E di quelle 12, al momento, solo una è uscita allo scoperto dichiarando di essere interessata all’acquisto di una quota maggioritaria dell’azienda. Ovvero Ryanair: “Abbiamo presentato una manifestazione di interesse per Alitalia e siamo interessati all'acquisto se i commissari si impegneranno a fare importanti cambiamenti e ristrutturazione all'interno della compagnia, in caso contrario non saremo interessati" ha dichiarato ieri l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O'Leary.

Ipotesi, quella di comprare la quota maggioritaria dell’azienda, che il governo non potrà di certo scartare a priori dato che Gentiloni, Calenda e Delrio hanno sempre precisato di “voler evitare lo spezzatino”. Ma significherebbe una sola cosa: trasformare Alitalia in una low cost dato che la compagnia irlandese, come sottolinea il New York Times, ha visto aumentare il numero di passeggeri in Italia da 32 a 36 milioni. Il che significa che per far fronte a questo incremento ha bisogno di più aerei.

E meno male che nel 2014 il piano di Etihad, la compagnia araba che ha assunto il controllo di Alitalia (49%) con le banche Intesa e Unicredit, venne presentato da Renzi, con tanto di retorica in stile boom economico anni ’50, come la prospettiva di rilancio definitivo di un azienda che avrebbe implementato le rotte a medio raggio e fatto di tutto per incrementare la competitività con le compagnie low cost sui viaggi di corto raggio. Una volta risolto il problema, però, tutti, governo in primis, si dimenticano di Alitalia. Come dire: passata la festa, o meglio l’emergenza, gabbato lo santo.

Tanto che poi le perdite tornano ad aumentare, la ristrutturazione non va come deve andare e ritorna prepotentemente lo spettro di un nuovo, l’ennesimo, fallimento. Il resto è storia dei giorni nostri, compreso il no, preventivo, dei lavoratori ad un nuovo piano di ristrutturazione targato Etihad che ha avviato poi la fase di commissariamento straordinario.

“Bisogna garantire la continuità aziendale” diceva Gentiloni a fine aprile. Ma, a questo punto, sarebbe interessante sapere di quale “continuità aziendale” si sta parlando se la prospettiva, con ogni probabilità, sarà quella di trasformare l’ormai ex compagnia di bandiera, che seppur malmessa ha conservato fino ad ora una fetta di mercato sulle tratte più lunghe, in una low cost, magari una compagnia destinata ai voli interni all’Italia o con alcuni scali europei. In più affidandola ad un partner che ha già fatto sapere che, per acquisire la golden share, come preferisce il governo, farà tagli considerevoli, scatenando con ogni probabilità nuove e serrate mobilitazioni dei lavoratori.

L’impressione è dunque che la questione, ancora una volta, sfugga di mano al governo. A maggior ragione se si tiene conto del fatto che l’ad di Ryanair non hai mai fatto esplicito riferimento alla restituzione allo Stato del famoso prestito ponte da 600 milioni di euro che, se tutto va bene, verrà forse rimborsato nel giro di 30 anni. Il condizionale, con questi chiari di luna, è d’obbligo.

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