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Gli immigrati sono più mobili, nel senso che sono disposti a trasferirsi per lavorare, pagano i contributi fin da giovani e, soprattutto, vivono in media meno degli italiani. Pertanto sono preziosi per il sistema previdenziale italiano. E' questa, sintetizzata, la filosofia di Tito Boeri che ieri ha presentato il rapporto annuale dell'istituto nazionale di previdenza sociale. Chiudendo le frontiere, secondo il presidente dell'Inps, rischieremmo di "distruggere il sistema di protezione sociale".

Se si azzerassero i flussi di contribuenti stranieri, nel 2040 ci sarebbero "73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell'Inps". Praticamente "una manovrina" da rinnovare ogni anno. Risulta davvero difficile immaginare che i posti di lavoro occupati dagli immigrati siano, tutti, creati dalla loro offerta e che, quindi, senza di loro, tali posizioni contributive, semplicemente, non esisterebbero. Si tratta di una eventualità di cui non si ha prova.

Per di più, i contributi versati da chiunque, vanno ad alimentare il montante contributivo individuale. E da ultimo, in questa analisi fredda, risulta evidente la mancanza di un calcolo complessivo in cui venga inclusa una stima sulle spese per l'accoglienza, l'integrazione, l'istruzione e la sanità. Ed è meglio fermare qui la lista. 

Per Boeri però, gli immigrati, sono clienti perfetti dell'Inps, insomma. A differenza degli italiani, che si muovono meno e vivono di più, magari con una pensione retributiva. Per il resto l'economista ha sottolineato il ruolo Inps, sempre più pubblico, sempre meno istituto dei lavoratori privati. E si è spinto a proporre di cambiare il nome in Istituto Nazionale della protezione sociale. «Sono 440 le prestazioni oggi erogate dall'istituto, di cui solo 150 di natura previdenziale».

 

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