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Salvo talune strenue resistenze spesso ideologiche, il sistema fiscale italiano è considerato dai più insostenibile, farraginoso, inefficiente, sostanzialmente depressivo e tendenzialmente criminogeno. Condivisa la diagnosi, bisogna però intendersi sulla terapia. La fondazione “Magna Carta” è stata tra i primi, agli inizi del decennio, a introdurre nel nostro Paese il tema della Flat Tax, e a quel modello si ispira il disegno di legge che “Idea” e il gruppo “Federazione della Libertà” hanno depositato in Senato e che vorrei offrire come contributo al dibattito meritoriamente alimentato dal Sole 24 Ore a partire dall’intervento di Nicola Rossi. 

La nostra proposta, che garantisce invarianza di gettito per lo Stato, prevede un’aliquota unica del 20% sui redditi da lavoro e da pensione delle persone fisiche. Una declinazione equilibrata e sostenibile del criterio di progressività sancito dalla Costituzione sarebbe assicurata da una no tax area di 7.000 euro, omogenea per le diverse tipologie di reddito (superando le irrazionali discriminazioni tra dipendenti, autonomi e pensionati), significativamente ampliata in base ai carichi familiari (4.500 euro di detrazione per il primo familiare a carico, 3.000 per il secondo, 2.000 per il terzo e ulteriori 2.000 per i successivi) e degressiva rispetto al crescere del reddito, fino ad annullarsi per i redditi al di sopra dei 100.000 euro. 

La tenuta dei conti pubblici viene garantita dalla soppressione di una selva di agevolazioni fiscali sull’Irpef (ad eccezione di quelle finalizzate a evitare una doppia imposizione), per oltre 100 miliardi di euro. Inoltre, a maggiore garanzia dell’equilibrio di bilancio, e anche per avviare un ineludibile aggiornamento del nostro welfare, si propone un intervento sui servizi pubblici divisibili e sulle prestazioni assistenziali, prevedendo che i soggetti al di sopra di una certa soglia reddituale possano essere chiamati a corrispondere al costo di determinate prestazioni (entro un livello di compartecipazione che scongiuri il rischio di una dequalificazione dei servizi pubblici) o beneficiarne in maniera selettiva. 

Una riforma così modulata segnerebbe una netta cesura rispetto alle politiche dei bonus e degli zero virgola, inefficaci e spesso inique. La Flat Tax consentirebbe di scrivere un nuovo patto fiscale, ridefinendo il rapporto tra Stato e cittadini in termini di chiarezza, semplicità, trasparenza e sostenibilità. A differenza di quanto ipotizzato dall’Istituto Bruno Leoni, si è scelto di concentrare l’intervento sull’Irpef, scendendo al di sotto dell’attuale aliquota minima, perché, come osservato anche da Lamberto Dini e Natale D’Amico, a seguito dell’esclusione dall’imponibile di numerose fonti reddituali, l’Irpef è divenuta in sostanza una imposta sui redditi da lavoro. Abbattere l’Irpef può rappresentare dunque non solo un fattore di giustizia, ma anche un incentivo alla produttività lavorativa. 

Un sistema simile sarebbe più semplice per i contribuenti e anche per l’amministrazione finanziaria, che potrebbe concentrare le proprie risorse sulla lotta all’evasione; più equo rispetto alle diverse categorie di contribuenti; più sensibile alle esigenze delle famiglie; più favorevole alla produzione di ricchezza e allo sviluppo del Paese. La Flat Tax è insomma la migliore premessa per un efficace contrasto all’evasione fiscale, i cui margini di “convenienza” si ridurrebbero sensibilmente portando peraltro a una significativa emersione spontanea di base imponibile oggi sommersa.

La nostra proposta non tiene conto di questo extra-gettito potenziale nella determinazione delle coperture, ma, laddove come riteniamo si concretizzasse, vincola lo Stato a destinarlo a un’ulteriore riduzione dell’aliquota Irpef, che potrebbe facilmente raggiungere il 18%. Chiunque ambisca al governo del Paese non può fare a meno di proporre ai cittadini un nuovo patto fiscale. Per il centrodestra la Flat Tax può essere un tema unificante e qualificante: un’occasione da non perdere.

 

Presidente di “IDEA – Popolo e Libertà”

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