Riforma delle Banche Popolari

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"A me le banche sono antipatiche…”. Lo avevamo capito da tempo ma ora l’ex Presidente del Consiglio, e segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, lo scrive apertamente nel suo libro pubblicato di recente. E' un'antipatia la cui origine, come lui stesso racconta, è da ricercare in un trauma subito da bambino, uno shock infantile che potrebbe essere la chiave di lettura per capire la politica messa in atto sulle banche. Ci riferiamo, ovviamente, a quella che lui definisce la “riforma” delle Popolari e che rivendica con orgoglio come "una riforma che in futuro sarà - insieme al jobs act - il simbolo più forte del fatto che stiamo facendo sul serio, ma di cui nessuno o quasi ci riconosce il merito sul momento”. Tralasciando ogni considerazione sui benefici del jobs act all’economia italiana, pensiamo sia doveroso tornare sulla “riforma” delle Banche popolari.

Che Renzi facesse sul serio, in realtà, nessuno lo aveva mai messo in dubbio. Il problema è capire cosa “fare sul serio”, quali obiettivi voler raggiungere e quali interessi tutelare a scapito di quali altri. Su questo abbiamo posto, già da tempo, diverse domande che attendono risposte e che il libro continua a eludere. Il pamphlet, un bilancio della sua esperienza a Palazzo Chigi e, insieme, il racconto dei successi e delle difficoltà incontrate nel “cambiare le cose”, poteva essere una buona occasione per dare conto dei benefici, annunciati ma non dimostrati, della riforma sulle banche. Invece niente, soltanto poche frasi retoriche per l’ennesima esaltazione del decisionismo e della rapidità ("In un mondo che corre, in un mondo in cui non si può perdere neanche un minuto…”). Frasi che non spiegano nulla ma servono, più che altro, ad affermare che “l’opinione pubblica”, vittima di campagne di comunicazione ben orchestrate o di una “propaganda populista” invece di apprezzare e applaudire “è stata pilotata su un diversivo”.

In verità, un accenno, seppur minimo e molto superficiale, come tentativo di spiegare quella “riforma”, cercando bene, lo si può trovare. Si tratta, però, di un passaggio che, non solo appare modesto per spiegare una riforma definita come “una delle pietre miliari della storia del credito italiano”, ma è anche clamorosamente smentito dalla realtà dei fatti. Scrive, infatti, Renzi, riferendosi al suo governo, “varò un progetto di riforma delle banche popolari per il superamento del voto capitario e per portare finalmente questi istituti di credito nella contemporaneità". A quale “contemporaneità” fa riferimento l’ex premier?

Purtroppo per Renzi, la cooperazione bancaria a livello mondiale ha una storia, un presente e soprattutto un futuro e, per questo, nei singoli paesi, è valorizzata e difesa. In Francia per legge. In Germania, fiore all’occhiello della Merkel, le banche del territorio, sottoposte a una vigilanza meno rigida che tiene conto della loro specificità, costituiscono un pilastro fondamentale del sistema bancario tedesco. Basterebbe, dunque, conoscerlo, il sistema delle banche popolari e cooperative nel mondo per capirne la “contemporaneità” e, a questo scopo, potrebbero essere utili altri “modesti” esempi delle principali realtà globali della cooperazione: il Credit Agricole francese, con 1.698 miliardi di euro di totale attivo; la BVR tedesca con 1.162 miliardi;  la Rabobank olandese con 670 miliardi; il Gruppo Dejardins canadese con 164 miliardi; l'OP Financial Group finlandese con 125 miliardi. Sono solo esempi di alcune tra le principali realtà bancarie mondiali cooperative con attivi di bilancio ben al di sopra del livello regolamentare BCE-EBA che qualifica la significatività dell’intermediario fissata a 30 miliardi di euro. Non sono, quindi, realtà marginali o periferiche, né all’interno dei rispettivi sistemi bancari nazionali né a livello internazionale, che hanno, nei loro meccanismi di governance, sia il voto capitario sia la quotazione sui mercati ufficiali. 

La cooperazione è, da sempre, una realtà dalle dimensioni globali che deve la sua fortuna alla capacità delle comunità di unirsi per trovare soluzione ai problemi dell’economia. E’ un modello sempre più diffuso e, in esso, la cooperazione bancaria è in espansione per l’efficacia dimostrata nell’affrontare la crisi senza precedenti che gli ultimi anni che ha sconvolto l’economia mondiale. Parliamo, complessivamente, di 205 mila istituti con 750 milioni di clienti e 480 milioni di soci. Quasi 9 mila miliardi di euro raccolti e 7.500 miliardi di crediti all’economia reale. Una realtà da sempre radicata, per storia, in Europa e Nord America ma in rapida espansione in Sud America e in Africa e in crescita esponenziale in Asia e, particolarmente, in Cina. Sa Renzi, ad esempio, che la rivista The Banker del Financial Times Group - distribuita in 180 paesi, con una banca dati di circa 4.000 profili per valutare capacità finanziaria, redditività e prestazioni - ha assegnato, per il 2016, il premio “Banca dell’anno” a due realtà del mondo della cooperazione bancaria europea quali il gruppo finlandese OP Financial e quello francese BPCE?  

*Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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