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Renzi, Macron

Qualcuno nelle settimane scorse aveva fatto girare la voce di un cambio nella strategia comunicativa di Matteo Renzi: silenzio fino alla metà di settembre, per vedere se questo avrebbe sortito qualche effetto positivo nei sondaggi, che continuano a dare il Pd in calo. Per la verità, non ci aveva creduto nessuno. E in effetti l’ex premier continua a parlare ininterrottamente. Renzi ha detto la sua anche sullo scontro con la Francia in seguito alla decisione di Macron di nazionalizzare la gestione dei cantieri navali di Saint Nazaire impedendo a Fincantieri, azienda italiana partecipata statale, di prenderne il controllo, contrariamente a quanto pattuito con la presidenza Hollande. Una marcia indietro che non è andata giù al ministro per lo sviluppo economico Calenda e al governo Gentiloni che hanno usato toni non proprio affettuosi nei confronti delle uscite del Presidente francese (“Non è il campione dell’apertura” ha dichiarato Calenda).

Renzi, invece, ancora una volta, si è smarcato dalla linea dell’esecutivo: “Macron fa l’interesse del suo Paese e lo fa con grande forza. Era prevedibile dopo il successo che ha ottenuto alle elezioni. Quando in Italia il Pd vinse con il 40% le elezioni europee andammo a Bruxelles con una forza diversa. Che è cambiata dopo il referendum”. Tradotto: per Renzi la “colpa” di quanto sta accadendo tra Francia e Italia non è da attribuire al bell’Emmanuel (che sembra sempre più orientato verso un trumpiano "France First"), bensì alla debolezza del governo e del sistema politico italiano determinata, a suo dire, dalla vittoria del No al referendum costituzionale del dicembre scorso. Peccato però che Renzi si dimentica che quel referendum non è stato certo voluto dagli italiani, ma proprio da lui che, andando dritto per la sua strada, contro tutto e tutti, ha reso ancora più instabile il già fragile equilibrio del nostro sistema politico, con tutte le conseguenze del caso anche nei rapporti di forza a livello europeo e non solo. Ma non è tutto.

Riconoscendo la debolezza del governo italiano, verrebbe da pensare che Renzi si sia messo all’opera per creare le condizioni affinché nella prossima legislatura si formi un governo forte o perlomeno in grado di governare. Niente di più sbagliato. E qui entra in gioco il dibattito tutto italiano sulla legge elettorale. Da tempo tutti i sondaggi ci informano che, nella prossima legislatura, costituire una maggioranza solida in grado di esprimere un governo forte rimane un bel rebus. L’unico elemento che, in un sistema tripolare come quello italiano, potrebbe garantire la governabilità è l’inserimento del premio di coalizione. Ma a Renzi, guarda caso, la parola “coalizione” sembra che gli faccia venire l’orticaria, tanto da arrivare a considerare “assurdo” aprire un dibattito in merito. Di allearsi e dunque, in un certo qual modo, condividere la leadership con altri proprio non ne vuole sapere. Tuttavia così facendo sta mettendo in preventivo la futura ingovernabilità del Paese. Perché non solo senza il premio alla coalizione il governo forte auspicato dall’ex premier è praticamente impossibile, ma risulterà difficile formare anche un esecutivo debole.

Insomma, ricapitolando, Renzi da un lato dice che Macron in sostanza fa bene (scordandosi che, in fin dei conti, ci danneggia), e che questo accade perché l’Italia, per via della bocciatura del referendum, oggi è politicamente debole, ma poi dall’altro fa di tutto perché il nostro Paese non sia debole bensì debolissimo, addirittura mettendo a repentaglio la futura possibilità di costituire un esecutivo, non favorendo la formazione delle coalizioni. La contraddizione è sotto gli occhi di tutti. Probabilmente, Renzi a furia di macroneggiare forse ha perso di vista anche lo stesso Macron. Almeno lui pensa all’interesse nazionale, Renzi sembra proprio di no. 

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