Giorno di Festa

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Frontiere

E così ci si è accorti improvvisamente che esistono gli “interessi nazionali” e pesano anche nei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione europea: e riflettere su questi “interessi” appare non essere più solo espressione di barbarie populista. Persino quel figo di Emmanuel Macron si occupa di quelli francesi. La bella favola di Angela Merkel che distribuiva con saggezza ed equità premi e castighi ai buoni e cattivi continentali, è stata incrinata da quello che doveva essere il nuovo e definitivo europeista. 

In pochi giorni dall’Eliseo sono arrivati a Roma i seguenti messaggi: i migranti non passano le frontiere tra Francia e Italia, la Tav verso Torino si interrompe, della Libia (e del suo petrolio, nonché dei suoi confini africani) ce ne occupiamo da soli, la Fincantieri si può sognare gli acquisti Oltralpe. Così a occhio è anche venuto un via libera a Orange per aiutare l’operazione di Vincent Bolloré mirata a controllare telecomunicazioni italiche strategiche e nel medio periodo parte decisiva del nostro sistema televisivo privato. Mentre, nel frattempo, si infittiscono le trame per mettere le mani sulle Generali.

Naturalmente chi non aveva un eccesso di paraocchi aveva già letto nelle mosse di Nicolas Sarkozy (con annessi sorrisini), d’intesa con la socia tedesca, la nuova fase dell’affermazione di interessi nazionali. Sotto questo segno si era innanzi tutto sviluppata l’iniziativa francese per colpire l’insediamento dell’Eni a Tripoli e dintorni. In questi e altri atti si intravedeva la prospettiva di una diarchia parigina-berlinese corazzata dalla difesa degli interessi nazionali come scelta strategica da adottare dopo il 2010 quando la crisi da debiti statali aggiungendosi a quella da collasso dei mercati finanziari del 2007 aveva suggerito la soluzione di una governance più determinata franco-tedesca come mezzo per rimediare ai difetti strutturali prodotti da un’estremizzata applicazione del trattato di Maastricht e del suo figliolino prediletto cioè l’euro.

Però poi, l’incalzare degli avvenimenti, con in primo piano il disastro delle primavere arabe (dalla Libia alla Siria per arrivare alla Turchia, con un Egitto salvato solo dalla convergenza di russi, sauditi e israeliani) aveva rallentato l’affermarsi del disegno diarchico anche a causa del superbollito François Hollande. Ma ora il blocco tecnocratico e da "Deep State" che ha preso il potere a Parigi sta cercando di riprendere, d’intesa con la Grande bottegaia berlinese, l’iniziativa con determinazione e anche le più spesse fette di salame non possono impedire a tanti “acuti” osservatori italici di vedere la realtà.

Peraltro, al di là delle polemiche giornalistiche, iniziano finalmente a emergere i problemi di fondo, in particolare credo sia utile tener presente la polemica tra le tesi di Herbert Raymond McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale americana, e l’editorialista del Financial Times Martin Wolf. McMaster sostiene come il sistema di relazioni internazionali sia un’arena dove si confrontano posizioni e interessi di organizzazioni multilaterali, appuntamenti interstatuali, associazioni volontarie e Stati, non è cioè una realtà che vada solo “amministrata” bensì un luogo dove sono gli equilibri tra i soggetti in campo che determinano le scelte.

Wolf invece ritiene che l’interdipendenza globale dei problemi (dal nucleare al clima alla finanza e al commercio) sia tale che non si debbano mai mettere in discussione i livelli di “ordine” raggiunti, magari per difendere quella cosa “obsoleta” – così li definisce Wolf- che sono i confini statuali, pena la catastrofe. La posizione di Wolf recepisce una lunga riflessione sulle contraddizioni tra sovranità nazionali, democrazia e processi di globalizzazione, mentre quella di McMaster ha potuto esprimersi in modo coerente solo dopo la vittoria di Donald Trump, perché prima interdetta dalla dittatura del politically correct che impediva la formulazione stessa di una politica che apertamente rivendicasse tra le altre anche la questione dell’interesse nazionale.

Persino George W. Bush che, spinto dalla dichiarazione di guerra di Osama bin Laden, ha condotto due conflitti sanguinosi come quella afghano e quella irakeno, ha dovuto in parte mascherare la sua politica dietro la filosofia dell’esportazione della democrazia per non dover accentuare troppo le esigenze di sicurezza americane.

Naturalmente nelle posizioni di Wolf c’è anche molto saggezza: organismi come il Wto, il Fmi, la stessa Onu sono camere di compensazione per conflitti che i livelli di integrazione globale raggiunti possono rendere ancor più laceranti del passato. Va detto che tutti i fattori di integrazione sovranazionale anche parziale, in questo senso, aiutano a gestire tensioni che possono diventare pericolose. Si consideri quanti guai abbia provocato e come non sia stata sostituita da un nuovo ordine, che aiuti a tenere sotto controllo la questione balcanica, persino la liquidazione, iniziata con il via libero tedesco all’indipendenza della Slovenia, della pur mal combinata federazione jugoslava.

Però non va mai scordato come siano gli equilibri internazionali che hanno consentito a dar vita agli ordinamenti che oggi apprezziamo: e questi equilibri sono stati fondati e sono fondati anche su quegli “obsoleti confini” che permettono la vita degli Stati e nella contemporaneità consentono sistemi democratici. L’Onu si regge non su criteri astrattamente  definiti ma su una Seconda guerra mondiale i cui vincitori hanno diritto di veto nel Consiglio di sicurezza, permettendo così la vita di un’organizzazione multilaterale che altrimenti priva di un baricentro politico adeguato farebbe la fine della Società delle nazioni.

Tutti gli elementi di ordine nella vita internazionale vanno curati con attenzione, ma la prima attenzione va rivolta agli equilibri che a quegli ordini hanno permesso di vivere. Si pensi anche alla nostra Unione europea che nonostante tutto continua ad avere una sua rilevante utilità per difendere alcuni elementi fondamentali dalla vita delle nostre società ed economie: ritenere che soprattutto un mercato unico di merci, capitali e uomini sia da difendere per proteggere le capacità competitive degli Stati “membri”, non può farci dimenticare come basi essenziali dell’integrazione continentale si siano logorate.

La Ceca, poi il Mec, la Cee e infine l’Unione europea non nascono per pura volontà politica bensì all’interno della divisione del nostro Continente, i suoi padri essenziali sono il piano Marshall e la Nato, nonché la paura per il maresciallo Giuseppe Stalin. Ma, come l’impero asburgico del dopo Seicento che assume e poi perde centralità per serbi, croati e ungheresi in funzione della resistenza all’impero ottomano, anche la Ue con il crollo dell’Unione sovietica ha visto scomparire una delle basi fondamentali della sua legittimità e tende così a trasformarsi in "Cacania", come Robert Musil definiva l’Austria inizi Novecento, aggregazione sempre più burocratica e senza un adeguato vero senso. E così certi aedi dell’Unione ricordano da vicino i protagonisti della musilliana Azione parallela, cioè i cantori (fino al 1914) della funzione di pace e di progresso di Cecco Beppe.

Ed essere diventati una sorta di Cacania implica pure favorire un ritorno all’Ottocento degli equilibri continentali con annessi splendido isolamento britannico, un po’ deliranti aspirazioni neocolonialiste francesi, opprimente arroganza del superpotere tedesco (la principale questione del post 1870), il ritorno persino - come si diceva - della questione balcanica, la (ben comprensibile) paura antirussa di polacchi e baltici che diventa isteria propagandistica in certi altri ambienti nonché avidità competitiva in quel di Londra. “Unione” è per gli italiani meglio di “niente Unione” ma l’esito dissolutivo diventa inevitabile se le questioni politiche e tra queste quella fondamentale (dopo la vittoria dei sistemi democratici in Europa) del nesso sovranità nazionale-sovranità popolare, non sono affrontate.

Essenziale in questo senso diventa considerare la prospettiva con cui si guarda alle relazioni internazionali: si sente tanto parlare di protezionismi da anni Trenta, quegli scoordinati pasticcioni dei grillini diventano i nuovi nazisti, ma tutto questo ragionare si inquadra nella logica di una guerra civile europea che aperta nel 1914 si è conclusa tra il 1989 e il 1991. Lo scenario con cui fare i conti, invece, è quello di fine Ottocento, inizi Novecento, quando è tramontato l’ordine definito dal Congresso di Vienna (nel nostro caso quello terminato è l’ordine di Yalta) e prevale la fiducia in un progresso che se non ostacolato dalla politica (allora i populisti da denunciare furono i socialisti e i cattolici che tendevano a rimettersi in gioco negli Stati nazionali), avrebbe reso il mondo sicuro e perfetto.

Di fronte a questo scenario sono senza dubbio comprensibili le preoccupazioni che suscita un agire spesso particolarmente scomposto di Donald Trump: d’altra parte proprio noi italiani abbiamo vissuto quella perfetta anticipazione del trumpismo che è stato il berlusconismo. Quando un ceto politico non è più capace di esprimere una dialettica che lega le istituzioni alla società, quando invece della politica prevale l’illusionismo di un pifferaio tipo Barack Obama, è evidente come le forme della ribellione e autodifesa elettorali possano diventare pericolosamente radicali (nonché talvolta strampalate) come avvenne nel 1994 in Italia e succede oggi a Washington.

Così a occhio mi pare che il settore di establishment che alla fine sostiene l’attuale presidente americano, nonché la solidità del sistema costituzionale statunitense, dovrebbero farcela a impedire le soluzioni da “deep State” che abbiamo sperimentato dalle nostre parti 23 anni fa. Comunque i discorsi trumpiani di Riad che ripartano dalle logiche westafaliane per combattere terrorismo e instabilità politica, quello di Varsavia sul ruolo dell’Occidente per ridare equilibrio al mondo, la messa in discussione di un accordo sull’ambiente particolarmente favorito da quegli imbroglioni dei tedeschi con i loro trucchi sui motori diesel, le trattative sulle questioni commerciali che pongono la questione non solo della libertà ma anche quella della "fairness", della trasparenza, mi sono apparse come boccate d’aria fresca rispetto alla retorica del pifferaio di Chicago. 

Magari quel gruppo di militari intellettuali che a iniziare da James Mattis studiano partendo dalla sconfitta in Vietnam e dall’impasse in Irak, come ridare respiro strategico all’azione americana, ce la farà a rimediare al clima di gaffe permanenti che regna a Washington. Comunque sia, una realistica visione di politica estera sarà senza dubbio sempre più importante anche in Italia in contrasti politici che non potranno più limitarsi né alle demagogie semplificatrici né alle retoriche conformistiche.

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