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Missione in Libia

Dopo il vertice a sorpresa voluto dal presidente Macron a Parigi tra i due attori protagonisti in Libia, il premier Sarraj legittimato dalle Nazioni Unite e sostenuto da Roma e il generale Haftar appoggiato dall'Egitto, il governo italiano ha deciso di inviare due navi a pattugliare le coste della ex 'Jamaria' d'intesa con la guardia costiera libica. Entriamo quindi in gioco con la nostra Marina in un'area dove gli equilibri di potere sono instabili, in cui il nostro uomo in Libia, Sarraj, controlla solo una piccola parte del territorio e rischiamo quindi di complicare il già difficile processo di pace in corso nel Paese nordafricano. Lo facciamo per contenere i flussi migratori, si dice, ma non è chiaro quali risultati potranno ottenere due navi a supporto della guardia costiera libica, tanto più che, per il principio del "non respingimento", i nostri marinai sono tenuti a prestare soccorso ai barconi dei migranti e non potranno riportare in Libia chi viene soccorso in mare. 

In compenso, otteniamo un ultimatum dal generale Haftar che minaccia di bombardare le nostre navi; ipotesi remota visto che l'uomo forte di Tobruk avrebbe poche speranze di ottenere qualche risultato militare contro l'Italia, ma che dimostra come da un punto di vista diplomatico le nostre relazioni con l'Egitto, grande sponsor di Haftar, continuino a deteriorarsi dopo la strappo avvenuto sul caso Regeni, il ricercatore italiano ucciso in circostanze ancora da chiarire al Cairo. Al momento, non abbiamo ancora un ambasciatore in Egitto, dopo averlo fatto rientrare per protesta lo scorso anno. Il presidente egiziano Al Sisi avrebbe bisogno di noi visto che deve controllare diverse frontiere, dal Sinai alla Libia, tutte incandescenti. E invece arriva l'ultimatum di Haftar, con ogni probabilità condiviso con gli egiziani. E chissà, magari, anche con l'Eliseo, Macron e Parigi. Tutto questo mentre il figlio di Gheddafi, liberato dagli inglesi, lancia all'Italia nuove accuse di colonialismo "fascista". 

Insomma, in Libia e nel Mediterraneo noi italiani siamo sempre più isolati e intanto che facciamo? Vendiamo sette navi da guerra al Qatar, Paese accusato dagli altri Paesi della cosiddetta "Nato Araba", e cioè dal solito Egitto ma anche dai sauditi e dagli altri regni del Golfo Persico, di sostenere il fondamentalismo islamico, Libia compresa. L'accordo viene siglato a Doha tra il ministro degli Esteri Alfano e quello qatariota che parla di un contratto di cinque miliardi di euro. Ricapitolando: gli effetti della missione italiana in Libia sono legati al destino di un 'premier' debole come Sarraj. I migranti rischiamo di farli sbarcare in Italia noi al posto delle Ong. Continuiamo a inimicarci l'Egitto che ci fa abbaiare contro dal generale Haftar. Facciamo affari con il Qatar contro cui è mobilitata la NATO araba trumpista e ci becchiamo anche la reprimenda del figlio di Gheddafi sostenuto in Tripolitania dagli inglesi e che ha importanti rapporti con le tribù locali. Ancora una volta la domanda è mentre Pinotti annunciava la missione in Libia e Alfano firmava l'accordo a Doha il governo italiano era consapevole dei risultati prodotti dalle nostre mosse in politica estera e soprattutto del proprio ruolo nel Mediterraneo?

CommentiCommenti 3

maboba (non verificato) said:

Credo che la domanda finale non possa avere risposta seria, perché a giudicare dagli avvenimenti di questi ultimi quattro anni (dal governo Monti in poi) non vi sia stata affatto politica estera, ma solo un mal arrangiato quieto vivere del giorno per giorno, condizionato dalle sole preoccupazioni di gestire il potere interno, unico orizzonte degno di interesse (molto "concreto" peraltro) per questi governanti.