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La missione delle navi italiane in Libia ricorda il “summit” dello scorso agosto a Ventotene di Renzi, Merkel e Hollande: uno spot per il referendum di cui abbiamo visto l’esito il 4 dicembre. La missione in Libia sa tanto di reclame agostano dopo l‘incontro a Parigi di Macron con i due grandi rivali Haftar e Serraj che tanto ha afflitto il governo Gentiloni. Occorre cautela. A una radio tedesca – riporta Euronews – il presidente della commissione Jean Claude Juncker ha detto: “La Libia è uno stato sovrano, anche se non funziona come tale. Quindi non è cosa facile prendere la decisione di andare nelle sue acque territoriali. Non siamo i padroni del mondo, ci sono delle procedure che devono essere seguite”.

L’Italia punta tutto su al Serraj, il debole leader del governo GNA di Tripoli, che non controlla neppure Tripoli. L’Italia di Gentiloni come alleati ha solo i turchi, anch’essi presenti in Libia per il petrolio, e il Qatar, ritenuto terrorista dalla “Nato araba”. Gli Stati Uniti – come ha scritto Alberto Negri, il nostro esperto di Medio Oriente più serio – hanno chiesto alla Francia e alla Russia di prendere in mano la situazione in Libia, perché la Francia ha la flotta più potente del Mediterraneo. Inutile fare i soliti melodrammi: Macron non ha invitato l’Italia, perché non era necessaria la presenza italiana. In una Libia di 140 tribù, dove regna il caos, il generale Khalifa Haftar conta.

Haftar è il generale protagonista della campagna militare di Gheddafi in Ciad. Preso prigioniero, liberato dai servizi francesi o dalla Cia, non si sa, riesce a fuggire e vive per un ventennio negli Stati Uniti. Riappare in Libia nel 2011. Ha ottimi rapporti con la Cia e i servizi francesi, con i russi e con l’Egitto. Poiché di chance noi italiani ne abbiamo davvero poche, sarebbe meglio non prendersela almeno con Saif Gheddafi, che accusa l’Italia di avere tradito l’accordo con la Libia, di avere nostalgia del colonialismo fascista e ritiene una provocazione l’invio delle navi deciso dal governo nei giorni scorsi. Il figlio preferito di Muammar ha ragione a dire che l’Italia ha tradito l’accordo di partenariato stipulato da Berlusconi con Gheddafi nel 2008, e ratificato da Napolitano, un trattato in cui entrambi gli Stati si impegnavano a non attaccarsi dai reciproci territori. L’unica cosa che possiamo rispondere a Saif Gheddafi è che Muammar si era scelto un alleato debole. 

I libici in ogni caso riuscirono a resistere per sette mesi sotto le bombe. Fu una sporca guerra, con la rivolta organizzata in Cirenaica da Cia e servizi segreti vari, foreign fighter, pick up, tante, tante fake news della Cnn. Tony Blair chiamò Gheddafi a telefono all’inizio della rivolta a Bengasi, nel febbraio 2011 – la telefonata è stata resa nota trascritta dal Dipartimento di Stato americano nel 2015 – invitandolo a trovare un posto sicuro in cui rifugiarsi, perché ormai era stato tutto deciso. Blair e il Guardian furono i giornali più vicini ai Gheddafi. Saif Gheddafi era molto stimato di Tony Blair, che aveva deciso di legittimare la Libia, liberarla dalla fama di “stato canaglia” che le era stata appiccicata. Puntava su Saif, che alla LSE aveva fatto una tesi di dottorato sulla democratizzazione della Libia. Il Guardian tentò di proteggere anche Moussa Ibrahim, il portavoce di Gheddafi durante Odyssey Dawn, vissuto 15 anni a Londra e con dottorato all’Università di Exeter. Nel 2015 Moussa Ibrahim ha parlato al parlamento di Londra sulla guerra della Nato in Libia. In Inghilterra si sono rifugiati molti libici dopo la morte di Gheddafi.

Londra si mobilitò quando Saif Gheddafi fu preso prigioniero a Zintan, perché non subisse un processo sommario a Tripoli e la milizia di Zintan non lo cedette a Tripoli. L’Italia non si è mobilitata per Saif Gheddafi dopo il 2011, il figlio del Rais che adesso potrebbe giocare un ruolo importante per la riappacificazione delle tribù. Mettiamoci l’animo in pace: l’Italia ha perso la Libia nel ’45 e il futuro della Libia lo decideranno i libici.

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