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L'inviato speciale dell’Onu per la Libia, Salamè, ieri è stato a Roma. Nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, il premier Gentiloni ha chiesto alle Nazioni Unite di dare “una spinta decisiva” alla soluzione della complessa quanto sanguinosa sciarada libica, mentre per il ministro Alfano l’Onu dovrebbe addirittura “prendere la leadership” dei negoziati e degli sforzi diplomatici per salvare il Paese dal caos. Non si capisce però cosa possa fare l’Onu in Libia, visto che dal 2011, cioé dalla guerra anglo-francese sponsorizzata da Obama e che distrusse il regime di Gheddafi, tutti i migliori propositi della missione onusiana, lo “state building”, la messa in sicurezza del territorio, un accordo tra le (tante) parti in gioco, sono rimasti lettera morta o quasi. 

L'Onu può vantare di aver insediato il debole governo Sarraj, appoggiato fin da subito dall'Italia, anche se nei giornis scorsi il vice di Sarraj ha mostrato una netta ostilità rispetto alla nostra missione militare nelle acque libiche, perché mette in discussione la sovranità nazionale del paese. L’Onu, per rimanere al 2017, non è riuscita a 'esportare' l’esecutivo al potere a Tripoli nel resto del Paese, come era previsto dall'accordo di Skhirat; personale onusiano è stato rapito; le milizie hanno continuato a sparare; se il generale Haftar non avesse mostrato i muscoli avremmo ancora lo Stato islamico a Sirte; mentre la nomina del nuovo inviato speciale Salamé nasce da un pasticcio di veti e controveti incrociati tipico degli onusiani, per un posto che a dire il vero non è molto ambito, visto che in 26 hanno rifiutato l’incarico assunto da Salamé. A quanto pare le feluche considerano la crisi nella “ex Jamaria” difficilmente risolvibile allo stato attuale.

Gentiloni e il suo ministro degli esteri, Alfano, dovrebbero piuttosto dirci un'altra cosa, e cioè come l’Italia, al di là dei fallimenti onusiani, pensa di rispondere al vero asse che conta al momento in Libia, quello tra Macron e Trump. Macron di recente ha ospitato a Parigi Sarraj e il suo rivale, il generale Haftar, sostenuto dall’Egitto (e si dice da Parigi stessa), mentre nei giorni seguenti Trump ha telefonato a Macron per un punto della situazione. Resta da dire che l’inviato speciale dell’Onu è sbarcato in Italia in un lunedì nero per Gentiloni, sull’orlo di una crisi di governo dopo le ventilate dimissioni del ministro dell’interno Minniti – che almeno ha ottenuto dal premier una dichiarazione in cui si definisce il “codice di autoregolamentazione” delle Ong (quelle che non lo firmano non possono sbarcare migranti nei porti italiani) “un pezzo fondamentale di una strategia d’insieme sulla immigrazione”.

Staremo a vedere se i migranti nelle navi di Medici senza frontiere continueranno però ad essere trasbordati sulle imbarcazioni della nostra Guardia Costiera. Purtroppo in Italia non si capisce quale sia questa strategia d’insieme sulla immigrazione alla quale allude Gentiloni, visto che fallito il modello della accoglienza ‘senza se e senza ma’ tipico dei renziani (e difeso fino all’ultimo da Delrio, che ha aperto lo scontro con Minniti), non si vede all’orizzonte se non un grande caos tra i dicasteri che dovrebbero occuparsi della questione e risolverla. Sulla Libia ci appelliamo all'Onu, ma non è chiaro quale sia il peso specifico del nostro Paese nelle trattative in corso, visto che Trump, dopo aver sollecitato più di una volta Gentiloni, per le grandi manovre ha preferito telefonare a Parigi invece che a Roma.

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