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L’Italia torna a crescere? Lentamente. Il Financial Times, nei giorni scorsi, ha provato a mettere in fila alcuni dati. In primis le stime del Pil che secondo il vice ministro dell’Economia Morando possono arrivare all’1,3-1,4% nel 2017. Numeri in parte confermati anche dal Fondo Monetario Internazionale che stima però un Pil al ribasso nel 2018 (1%). Tuttavia, checché ne dicano governo e renziani che non hanno perso occasione per cantare vittoria e sciorinare le presunte conquiste della Renzinomics, la politica economica renziana, anche il Ft conferma che c’è poco da stare allegri.

Il perché non è troppo difficile intuirlo. Mentre quasi tutti i paesi sono tornati ai livelli di crescita pre-crisi, l’Italia, insieme a Portogallo e Grecia, ancora no. Il Pil in questi paesi è inferiore a quello del 2007. Quello italiano, in particolare, sarà 6,2 punti percentuali in meno rispetto a dieci anni fa. Dunque quanto basta, secondo il Ft, per dire che la fine della crisi si vede ma per noi non è ancora arrivata. A questo c’è da aggiungere che hanno giocato a nostro favore sia il trend positivo di crescita intrapreso dall’Eurozona che la politica dei tassi d’interesse bassi messa in atto dalla Banca Centrale Europea di Mario Draghi.

Politica che, però, come fanno notare alcuni analisti, non potrà durare in eterno. Questo significa che se l’Italia non prenderà le dovute misure (richieste anche dal Fondo Monetario Internazionale) per ridurre l’enorme debito pubblico che pesa sulle sue spalle, potrebbe diventare un “grosso problema”, un incubo come lo chiamano gli analisti, per l’intera Eurozona. Il debito pubblico, già. Probabilmente, se gli altri corrono di più di noi, è anche perché non hanno sulle spalle un debito così pesante come il nostro. Debito che, come ricordiamo spesso, negli anni del governo Renzi non è certo diminuito. Anzi, secondo Bankitalia è aumentato di 135 miliardi di euro. E a questo si deve aggiungere che il livello degli NPL, ovvero dei crediti deteriorati per i quali la riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza che per ammontare dell’esposizione, alla fine di giugno è a quota 356 miliardi di euro, secondo le stime del FMI, pari al 20% del Pil italiano. Non una cosa da poco, dunque, se si pensa che gli alti livelli di crediti in sofferenza limitano la capacità delle banche di prestare denaro e dunque circoscrivono le possibilità di ripresa completa dell’economia.

Non a caso, stando ad uno studio condotto da Mediobanca, nel 2016 le imprese industriali e dei servizi italiane hanno perso il 2% del fatturato, la quarta flessione consecutiva dal 2013. E anche la disoccupazione, al netto di alcuni risultati positivi, ancora stenta a calare. Se nel 2007 era pari al 6,5%, ora è all’11,1%. Dato ancora troppo alto al quale si deve aggiungere che, con la crisi migratoria, l’Italia, insieme a Grecia, Cipro, Romania e Bulgaria, rientra tra i paesi Ue ad alto rischio di sfruttamento del lavoro. Ora, dati alla mano, è vero che non è necessario essere catastrofisti, tuttavia non si può nemmeno stare allegri, anche perché se come dicono alcuni studi, il debito pubblico italiano invece di scendere nei prossimi anni tenderà ad aumentare, senza le necessarie riforme, le prospettive di uscita definitiva dalla crisi si riducono. E le possibilità di una ulteriore fragilità del sistema politico italiano dopo le elezioni del 2018 non fanno ben sperare.

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