Politica e net-economy

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Donald Trump tuona ancora contro Amazon, il colosso dell’e-commerce di Seattle. Lo fa attraverso un tweet, “Amazon sta facendo danni enormi ai piccoli rivenditori che pagano le tasse. Paesi, città e stati in tutti gli Usa sono colpiti, molti posti di lavoro spariscono”. La sferzata arriva proprio nel giorno in cui  l'azienda annuncia che nel 2018 aprirà un centro di distribuzione a Bristol, in Gran Bretagna, portando dunque Oltreoceano nuovi mille posti di lavoro. Nel “pre-market trade”, il periodo dedicato agli scambi di strumenti finanziari che precede l'apertura ordinaria di Wall Street, le azioni di Amazon hanno ceduto lo 0,5%.

Non un “lunedì nero” insomma, ma abbastanza per far dire a qualcuno che il presidente degli Usa si sta togliendo più di qualche sassolino dalla scarpa, vendicandosi di Jeff Bezos, fondatore e Ceo di Amazon, nonché editore del Washington Post, uno dei giornaloni americani che hanno riservato a Trump una serie di attacchi sia durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali e, più di recente, con il martellare continuo sul  Russiagate, l’inchiesta sulle presunte intromissioni russe nella vita politica degli Usa.

Più volte, sempre su Twitter, il Don ha tacciato Amazon, già a partire dal 2015, di non pagare le tasse come dovrebbe: "Il Washington Post, che perde una fortuna, è proprietà di Jeff Bezos, cui unico scopo è quello di tenere lontane le tasse dalla sua 'compagnia no-profit', Amazon". E ancora: "Se Amazon pagasse le tasse come dovrebbe, le sue azioni crollerebbero e si accartoccerebbero come un sacchetto di carta. Il Washington Post truffaldino lo sta salvando!". Del resto, si sa che Trump non le manda a dire, come pure è noto che Big Web, le grandi compagnie di Internet e i padroni del web hanno cercato di ostacolare in tutti i modi la valanga Trump. Rumors che circolano negli Usa parlano addirittura di una fantomatica operazione che Trump starebbe architettando per favorire un altro colosso del commercio elettronico, Alibaba, la compagnia cinese che di Amazon è diretta concorrente.

Nessuno a chiedersi, invece, se negli attacchi di Tump c’è del vero. Del resto il tema della erosione dei posti di lavoro tradizionali con l’avvento della net-economy è stato uno degli elementi della campagna elettorale di Trump, insieme al contrasto della delocalizzazione, per cui si sposta la produzione in Paesi dove il costo del lavoro vale meno o non si rispettano come si dovrebbe i diritti dei lavoratori. Come pure il terreno della liberalizzazione dell’e-commerce è molto scivoloso, insidiato da leggi e trattati in continua evoluzione, parametri di valutazione che rimandano a tasse variabili a seconda dei diversi Paesi. 

Di certo c’è che quello tra Trump e Bezos non è solo un braccio di ferro tra old e new economy, ma una sfida tra due pesi massimi della storia recente degli Usa: l’uomo più ricco del mondo, Bezos, contro un altro miliardario, Trump, che però ha spezzato il paradigma di una economia sempre più finanziarizzata e sempre meno legata al mondo della produzione e del lavoro, diventando, il Don, presidente degli Stati Uniti.

CommentiCommenti 3

Augusto (non verificato) said:

Cito solo i fatti accaduti:
In America Walmart, una delle più grandi catene, ha dovuto chiudere diverse sedi.
In Italia hanno chiuso numerosi negozi, hanno resistito solo quelli che non devono pagare l'affitto.
Lo stesso sta accadendo nel resto d'europa, se così si può chiamare l'unione "monetaria".

Per completare l'articolo, ci sarebbe stato da fare il confronto su come vengono tassate le multinazionali e i negozi nella nostra madre patria.

Riflettete prima di comprare dai giganti dell'e-commerce.