Rimuovere il passato

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Via col vento

Al di là della polemica sugli scontri di Charlottesville, su cui si sta indagando, è esplosa ormai la questione vera che covava da tempo, e che adesso Trump ha fotografato con alcuni inequivocabili tweet.

Il problema è quello della rimozione della storia del paese, che si è palesata nella volontà di cancellare, da parte di diversi comuni degli stati del Sud, monumenti storici che richiamino in qualche modo alla guerra di secessione e indirettamente allo schiavismo (e ricordiamo che i fatti di Charlottesville sono nati da una protesta per l’abbattimento della statua del generale Lee). 

Come per esempio a Chicago, dove un pastore del Liberation Christian Center, James Dukes, ha chiesto al sindaco di rimuovere le statue di due personaggi illustri del passato e i loro nomi dai parchi a loro dedicati, perché i due avevano posseduto degli schiavi. Il particolare che colpisce è che non si tratta di personaggi qualunque, ma di due Presidenti degli Stati Uniti d’America, del calibro di  George Washington e Andrew Jackson. La proposta del pastore è di abbattere le statue che li rappresentano e intitolare i parchi a campioni dei diritti civili dei neri, come il Rev. Jessie Jackson o addirittura il cantante Michael Jackson. 

“E' triste vedere come la storia e la cultura della nostra nazione venga distrutta dalla rimozione di bellissime statue e monumenti”, ha twittato il Presidente Trump. E ancora: "La storia non può essere cambiata. Robert E. Lee, Stonewall Jackson (un comandante sudista ndr), chi sarà il prossimo? Che follia! Ci mancherà anche la bellezza sottratta alle nostre città ai parchi e niente di equiparabile potrà mai rimpiazzarla”.

Ma non si tratta di rimuovere i simboli razzisti del passato, come dicono i critici del Presidente Trump, coloro che puntano il dito contro i cosiddetti “suprematisti bianchi”, espressione sprezzante lanciata contro gruppi che non vogliono certo riabilitare il razzismo o riproporre lo schiavismo, come invece si vorrebbe far credere.

Il problema non è un nuovo negazionismo oltreoceano: chi vuole mantenere in piedi le statue e i nomi non ha intenzione di rivalutare positivamente la secessione o di proporre il mercato degli schiavi a Wall Street, magari quotato in borsa. Il mainstream che si sta affermando è che chiunque abbia posseduto uno schiavo o si sia schierato dalla parte degli stati confederati è per questo solo fatto colpevole, e il suo ricordo andrebbe cancellato. E così si elimina la memoria dei generali sudisti della guerra di secessione, e di tanti soldati dei loro eserciti a cui due secoli fa sono stati eretti monumenti, in ricordo delle vittime di una sanguinosa guerra civile che ormai è entrata nella storia americana. Impressionano le immagini da Durham, nel North Carolina, di una statua di un soldato confederato abbattuta e presa a calci e sputi dalla gente intorno. Seguendo lo stesso criterio noi italiani dovremmo distruggere il Colosseo, visto che i romani passavano lì allegri pomeriggi in compagnia divertendosi a guardare leoni sbranare cristiani,  o appassionandosi ai massacri seriali fra gladiatori. 

Perché dovrebbero essere cancellate le vittime di una guerra civile, terminata duecento anni fa, che oramai fa parte integrante della storia americana? Perché in nome del politicamente corretto si chiede una sorta di vendetta, di contrappasso per il passato schiavista. Lo schiavismo è male, e quindi ne va cancellata ogni minima traccia, compreso il ricordo di chi ha avuto anche solo minimamente a che fare con esso. Ma si può eliminare il male cancellando la storia?

Non serve essere ferrati in storia per sapere che la schiavitù era pratica comune nel passato, non solo nel mondo occidentale (vogliamo parlare dei famosi mercanti arabi?) e che è stato l’avvento del cristianesimo a stabilire che fosse una vergogna, una violenza che andava bandita dall’umanità. “Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”, per la cronaca, è scritto nella lettera di S. Paolo Apostolo ai Galati, duemila anni fa, non certo dai nordisti vittoriosi nella guerra di secessione.

Proprio lo scorso anno una polemica simile, fortunatamente meno violenta, è entrata nel parlamento italiano, quando una testata come Repubblica – non certo sospettabile di simpatie revisioniste – ha ospitato un lungo elenco di storici, da Anna Foa a Sergio Luzzatto, nel sostegno agli interventi di Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi, al Senato, che si erano schierati contro il reato di negazionismo. (Qui il link alla notizia data da l’Occidentale, dove si può trovare anche il link agli interventi in aula). I due senatori si erano opposti alla legge pasticcio dei dem: “la contraddizione più grande del ddl negazionismo, ovvero la tendenza a trasformare tutti gli eventi storici in reati potenziali, generando "una casistica enorme nella quale diventa arbitrario decidere cosa è reato e cosa no,"” come spiegò Flores intervistato da Repubblica.

In America la polemica ormai è esplosa, e c’è da scommetterci che divamperà a lungo. Speriamo solo che, nel frattempo, almeno non cancellino Via col Vento, Rossella o'Hara e le sue scandalose opinioni sulla guerra di secessione.

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