Paradossi e ambiguità

Versione stampabile
black bloc

Qualcosa filtra nelle maglie sempre strette del politicamente corretto e ieri il Washington Post ha fatto un titolo che non aveva mai pubblicato da un anno a questa parte, “Black Bloc aggrediscono pacifici dimostranti di destra”. Dunque dai “neonazisti” e dai “suprematisti bianchi” di Charlottesville siamo passati nel giro di qualche settimana ai “pacifici dimostranti di destra” picchiati dai cosiddetti “antifa”, gli antifascisti, a Berkeley, la celebre università. Dove stavolta il sindaco è stato meno comprensivo del passato, giudicando “inaccettabili” le violenze degli ultimi giorni. L’anno scorso il Comune si trovò centomila dollari di danni sul groppone dopo che gli “antifa” avevano scatenato le contestazioni contro la presenza di un noto blogger trumpista, gay e trasgressivo, Milo Yiannopoulos, nel Campus. L’altro giorno invece ci sono state almeno cinque persone picchiate da Black Bloc e “antifa” insieme a dei malcapitati reporter che cercavano di filmare quanto stava accadendo. 

La vicenda di Berkeley è paradossale e per certi versi inquietante. Gli “Antifa” fino adesso sono stati riveriti come degli eroi dalla stampa, unico argine contro il “neonazismo”, e a dire queste cose non sono stati solo i giornaloni tipo il New York Times o emittenti schierate come CNN, ma le abbiamo ascoltate anche da membri autorevoli della Casa Bianca. L’assistente economico di Trump, Gary Cohn, per esempio, in aperta polemica con il presidente ha indicato gli “antifa” come cittadini modello che si battono per la libertà. Cohn non è uno qualsiasi nell’amministrazione Usa, è un ex Goldman Sachs e fa parte della cordata che difende l’agenda globalista tradizionale degli Usa; secondo i ben informati ci sarebbe lui dietro il licenziamento eccellente di Steve Bannon, il consigliere anziano di Trump. Ma che ne dice Cohn degli episodi di violenza contro i “pacifici dimostranti di destra” avvenuti nei giorni scorsi a Berkeley? Gli “antifa” continuano ad essere dei cittadini modello? 

E infine, qui sta il paradosso, c’è una sostanziale unità di vedute tra esponenti dei poteri forti, delle elite economiche, in una parola tra i rappresentanti di Wall Street seduti alla Casa Bianca e quelli che fino all’altro ieri spaccavano le vetrine delle banche, scrivevano bestseller intitolati No Logo, erano contro le grandi multinazionali e la delocalizzazione delle produzioni occidentali in altri Paesi dove il lavoro costa meno? No global, antagonisti, antifa, Black Bloc, chiamateli come volete, da oggi tutti uniti con le elite nel contestare l’agenda di Donald Trump, che invece vuole mettere al primo posto l’interesse nazionale americano.

Paradossale ma inquietante. Perché di gruppi usciti dal mondo della autonomia europea degli anni Ottanta come i Black Bloc, nello specifico, che si guadagnano le prime pagine dei giornali durante gli scontri di Seattle alla fine degli anni Novanta, si sapeva fino adesso che erano composti in larga parte da giovanotti anarchici e insurrezionalisti, spesso di buona famiglia, reazionari e violenti. Ma si sa pure che tali gruppi vengono infiltrati dalle polizie e dai servizi di mezzo mondo per operazioni di contro-insorgenza all’interno dei paesi occidentali. 

Sappiamo anche a cosa servono gli agenti provocatori, che non è detto siano per forza poliziotti o agenti segreti infiltrati. Servono a fare quello che abbiamo già visto accadere negli Usa durante l’ultima campagna elettorale, quando organizzazioni collaterali al partito democratico hanno usato persone per creare il caos ai comizi di Trump, scatenare la rissa, e poi far passare i trumpisti per dei violenti. E la nostra non è una supposizione ma un fatto documentato da Project Veritas, il sito di controinformazione che ha registrato senza che i diretti interessati - attivisti democratici - lo sapessero mentre spiegavano come funzionava il trucco. Ecco, gli agenti provocatori servono a questo, a fermare fasi di cambiamento, ad impedire che la storia vada in una certa direzione, per esempio quella impressa da Trump all’America dopo la sua discesa in campo.  

Un presidente che molto ha avuto da ridire sulle sue organizzazioni della sicurezza interna, dalla CIA alla FBI, e che in cambio ha ricevuto uno schiaffone targato Russiagate. Lo scandalo sulle presunte influenze dei russi nella vita politica americana, però, non ha portato a niente. Così dal Russiagate siamo passati alla questione razziale. Un fascio di storie che gettano una luce fosca e molto ambigua anche sulla dinamica dei fatti di Charlottesville, dove qualcuno dice che si è cercato il morto.

Aggiungi un commento