Il negazionismo dello stupro

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Si concentrano sulla comunità maghrebina di Rimini e Riccione le indagini della polizia sui quattro che nella notte tra venerdì e sabato, a Miramare, hanno prima stuprato una turista polacca, e picchiato l’amico, e poi abusato di una trans peruviana. Il sospetto è che siano protetti da qualche connazionale in uno di quegli appartamenti di periferia dove gli immigrati trovano rifugio anche solo per una notte. Determinante potrebbe essere la testimonianza della trans che, a quanto pare, ha visto in faccia i suoi violentatori riconoscendoli nei video che gli inquirenti hanno acquisito dalle telecamere di sorveglianza dello stabilimento balneare in cui si è consumata la violenza.

Se qualcuno collaborasse, forse, gli stupratori potrebbero finire in cella un po’ più velocemente. Invece nessuno parla; anzi, c’è una intera comunità che tace, copre, li sta addirittura aiutando a nascondersi. Del resto, cosa c’è da aspettarsi da chi, per cultura ed educazione, non ritiene lo stupro un vero e proprio delitto? “Il peggio è solo all’inizio, poi è un normale rapporto sessuale” ha scritto l’altro giorno su Facebook il mediatore culturale Abid Jee commentando la vicenda romagnola. Pensieri e parole agghiaccianti, queste ultime, che ostentano una banalizzazione della violenza contro le donne inaccettabile per la nostra cultura e le nostre leggi.

Preoccupante è anche il fatto che si continui a negare, solo perché non è politically correct, che le realtà in cui, sempre più spesso, in Occidente, si consumano gli episodi più cruenti di violenza sono quelle in cui l’integrazione culturale è solo apparente. C’è una sorta di tabù ideologico che, in Italia, come in altri Paesi europei, impedisce di guardare il mondo che ci circonda in maniera veramente libera e onesta.

Lo scandalo di Rotherham, in Inghilterra, ne è un esempio. Per anni, bambine e bambini inglesi sono stati sistematicamente violentati da gang di origine pachistana, e le autorità hanno fatto finta di non vedere. I dati ufficiali parlano di almeno 1400 casi soltanto tra il 1997 e il 2013. Qualche giorno fa, poi, il magazine The Sun ha pubblicato un articolo in cui Sarah Champion, deputato del partito labourista e ministro del “governo ombra” di Jeremy Corbin per le donne e le pari opportunità, ha chiesto di affrontare il problema con determinazione e senza ambiguità, prima che sia troppo tardi. Alla ricostruzione dei fatti, ha aggiunto anche delle proposte concrete, in verità, già avanzate nel 2015 al Governo di David Cameron,  poi finite nel dimenticatoio. Le reazioni? Terremoto politico, fuori e dentro il partito, e immediata  richiesta di dimissioni.  A chiedere la sua testa è stato proprio Corbin, il leader laburista, che ha bollato come “inappropriato” il tono usato dalla Champion nell’articolo e accusato il Sun, che da tempo dedica inchieste e approfondimenti al tema, di incitazione all’islamofobia.

Che tipo di razzismo è quello di un politico che, semplicemente, prende atto di un grave problema sociale culturale sul proprio territorio e chiede di poterne parlare? La reazione violentissima dei vertici del partito lascia intendere che ci sono motivazioni molto ben precise dietro questo omertosa chiusura. La Champion lo aveva anche lasciato intendere nel suo pezzo, spiegando che, per anni, qualcuno ha addirittura cercato di insabbiare i casi che man mano venivano a galla. A fare ulteriore chiarezza è stata Amina Lone, musulmana di origine pachistana, tra i pochi deputati laburisti a essere intervenuta in difesa della collega Sarah, che, senza mezzi termini, ha spiegato: sembra che il partito sia interessato unicamente a scongiurare un’emorragia di voti tra gli elettori di origine orientale. E’ quindi, pertanto, solo una questione di “potere”.

Quella del politically correct, anche in Inghilterra, si rivela dunque essere solo una bandiera dietro cui nascondere ben altri interessi (elettorali). Peccato che a farne le spese siano i cittadini, e, in questo caso particolare, soprattutto i più vulnerabili, come ragazze e bambine. Lo scandalo degli abusi sessuali che, per decenni, hanno seminato il terrore a Rotherham, e in tutta la zona sud dello Yorkshire, non è una leggenda, né una trovata per infondere odio contro l’Islam. E’ violenza programmata, mattanza organizzata, e le autorità ne sono perfettamente a conoscenza. Non sarebbe forse arrivato, anche in Italia, il momento di cominciare a chiamare le cose con il proprio nome? 

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