Lotta alla povertà?

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4 milioni di italiani in povertà

Oggi sembra proprio che quasi tutte le prime pagine dei principali quotidiani parlino a “reti unificate”. Tema? Il reddito di inclusione (ReI), l’assegno per le famiglie più povere, tornato in auge dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legislativo che lo introduce. Titoli e slogan trionfalistici in merito si sprecano. C’è chi sul Corriere della Sera definisce il ReI “la prima misura contro la povertà mai decisa in Italia”. Su Repubblica qualcun altro arriva addirittura a parlare di “misura dal valore storico”.

Forse però a più di qualcuno sfugge qualche dettaglio. Anzitutto, il ReI non è sicuramente la “prima misura contro la povertà” decisa in Italia. Ce ne sono state altre che andavano nella stessa direzione. Come ad esempio la “Social Card” introdotta da Tremonti nel 2008. Uno strumento, questo sì, davvero innovativo, (purtroppo abbandonato proprio sul più bello) che seguiva i principi di sussidiarietà e cittadinanza attiva prevedendo uno stanziamento di 450 milioni da parte dello Stato ma in più il coinvolgimento e il supporto da parte di aziende, reti commerciali convenzionate e associazioni di volontariato.

Se, dunque, la Rei non è la “prima misura” per combattere la povertà, non può nemmeno essere definita “storica” oppure “strutturale”.  Anche perché, come spiega il Fatto Quotidiano, il Reddito di Inclusione non fa altro che sostituire alcune misure che già andavano in questa direzione, come il Sostegno all’inclusione attiva (Sia). Tra l’altro la platea di famiglie a cui si rivolge è abbastanza ridotta: quasi 400mila famiglie (circa 1,8 milioni di persone). Se si pensa che, secondo gli ultimi dati Istat,  poco più di una famiglia su dieci in Italia è in condizioni economiche difficili (circa 7,2 milioni di persone), allora è evidente che l’impatto della misura è piuttosto circoscritto.

Quindi, in sostanza, non si tratta né di uno strumento innovativo, né tantomeno di una “strutturale” riforma del welfare, anche perché ha una durata di due anni. Praticamente è il classico bonus “a cerotto” dal carattere quasi squisitamente politico-elettorale, dato che le elezioni politiche sono dietro l’angolo. Non a caso, lo stesso nome “Reddito di Inclusione” richiama alla mente (nemmeno troppo vagamente) il Reddito di Cittadinanza portato avanti dai pentastellati. Quindi, siamo alle solite: la misura è un modo come un altro per il Pd per cercare di recuperare consensi, tra l’altro continuando l’eterna rincorsa ai cinquestelle. Che, fino ad ora, però non ha portato bene. 

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