Giorno di Festa

Versione stampabile
renzi

Ma stiamo veramente vivendo nel “Favoloso mondo di Amélie” come sostengono alcuni nostrani opinionisti? Veramente le riformine di Matteo Renzi sul Jobs act (anticipate da quelle scomposte socialmente della scomposta politicamente Elsa Fornero) e qualche intervento di politica industriale avrebbero rilanciato a mille l’Italia d’intesa con un’Europa che sotto la splendida guida di Angela Merkel sarebbe diventata il nuovo faro della scena internazionale e la guida di un nuovo sviluppo? E in questo contesto bisognerebbe applaudire senza remore la grande bottegaia tedesca perché si accingerebbe d’intesa con Xi li Ping a dare un asse d’equilibrio a tutto il mondo, relegando in un angolo i reprobi Theresa May e Donald Trump?

Naturalmente nell’analisi degli amélioristi vi sono anche argomenti di cui tener conto: la corretta considerazione sulla qualità della nostra produzione industriale è un fattore da avere sempre presente, e le riformine anche limitate (e scomposte) hanno talvolta aiutato a difenderla. La Grande bottegaia che risiede a Berlino manca di qualsiasi spirito strategico, ha aggravato prima la questione italiana con i suoi sorrisini insieme a Nicolas Sarkozy, poi quella inglese eleggendo il suo maggiordomo Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione europea invece di trovare una soluzione con David Cameron, poi quella polacca eleggendo Donald Tusk presidente del Consiglio europeo contro il parere del governo di Varsavia. Ed è anche una superimbrogliona come si vede sulla questione della sanzioni antirusse patrocinate insieme alla costruzione del North Stream, o l’esaltazione di un proprio superecologismo ben intrecciata ai pasticci dell’industria dell’auto germanica. Né si può scordare come le sue mosse verso Ankara si siano ben integrate alla catastrofica strategia di Barack Obama, dalla sua ottimamente coadiuvato prima dalla mediocre intrigante Hillary Clinton poi dall’evanescente John Kerry, sul Medio Oriente. Certo, ricordato tutto questo, rispetto non solo alla follia omicida hitleriana ma anche al militarismo guglielmino, la politica della Grande bottegaia è un balsamo per chi vuol vivere in pace, ma è un balsamo che non risolve le grandi questioni che la storia mette di fronte al mondo e più precisamente all’Europa e all’Occidente.

Secondo gli amélioristi il mondo, però, si starebbe mettendo a posto da sé, basterebbe stare un po’ attentini ai disavanzi statali come da credo ordoliberista e lasciar fare alle banche centrali, e un’autostrada invincibile di progresso e libertà si aprirebbe di fronte a noi. Al di là dei quesiti che si pongono, sia pure a mezza bocca per non spaventare i mercati, i migliori economisti - come si esce dall’eccesso liquidità creato (opportunamente) per sventate la crisi del 2008, come si riaccende un po’ di inflazione per dare un orizzonte a una politica di investimenti, come si governano i danni sociali collaterali creati dalla (pur altrettanto opportuna) globalizzazione, quali sono i settori che potrebbero riaccendere una politica di alto sviluppo- il problema non è solo che cosa fare ma anche “chi lo fa”. L’idea che si possa aprire una nuova fase della vita del mondo spontaneamente, per via amministrativa come spiega qualcuno, senza soggetti che facciano scelte “politiche” sostenute da “stati” che le difendano e costruiscano così gli equilibri necessari per qualsiasi nuovo sviluppo, è un’idea da sonnambuli, da adoratori del Ballo Excelsior per i quali le sorti progressive sono ormai decise e non basta che assecondarle.

Per capire come le cose stanno, basta invece dare un’occhiatina ai giornali. Leggere come l’Iran, uno stato con un programma rivoluzionario ripetutamente dichiarato, abbia uno stretto controllo degli Hezbollah ben insediati oltre che in Libano anche in Siria, come colonnelli iraniani controllino aree importanti dell’esercito irakeno e sostengano rivolte nello Yemen. Basta poi rivolgere uno sguardo anche frettoloso a Sudan, Libia, Somalia, Irak settentrionale, settori della Siria, larghe aree del mondo musulmano europeo per cogliere quanto anche il jihadismo sunnita sia tutt’altro che scomparso e come sarà uno dei protagonisti di quella che si annuncia la prossima partita globale: quella del controllo del ricchissimo continente africano. E in questa partita giocatore decisivo sarà il regime di Pechino. La questione cinese è un po’ come quella dell’euro, bisogna evitare atteggiamento catastrofistici, soluzioni semplicistiche, bisogna tenere ferma la linea dell’incremento dei rapporti commerciali e finanziari (e quella di un governo coordinato delle scelte monetarie e finanziarie), sapendo però che quello cinese (come l’euro per il Vecchio continente) non rappresenta un’automatica soluzione dei problemi, bensì una realtà gravida di rischi. Prendere decisioni affrettate e rozze significa accelerare una catastrofe che però può arrivare anche dal fatto che non si assumano comportamenti strategici.

Soltanto leggendo i già evocati giornali siamo informati come Pechino abbia minacciato il Giappone per il controllo di alcune isole, le Filippine per imporre la propria egemonia sul mar cinese, l’India (e il suo storico alleato Bhutan) per il controllo della catena himalayana, abbia costruito una base per la sua flotta a Gibuti nel Corno d’Africa sempre in funzione antindiana, abbia stretto ambigui rapporti con il Pakistan ancora in contrapposizione a Nuova Delhi e in protezione alle sue operazioni sulla rinnovata via della seta. E tutto ciò mentre – come ci informa il Financial Times – Pechino starebbe sperimentando nuovi devastanti armi biologiche derivate da ricerche genetiche, nonché flottiglie di droni da accompagnare alla propria aeronautica per ripetere una strategia militare che ricorda – sempre parole del quotidiano della City – quella di Gengis Khan. E non parliamo della Corea del Nord, di cui la Cina controllandone i rifornimenti energetici avrebbe gli strumenti per garantirne comportamenti meno pericolosi e invece – parole di uno che i cinesi conosce bene e da vicino innanzi tutto per via affaristica, cioè Romano Prodi – usa Pyongyang per “far ballare gli americani”.

L’idea che la fuori ci sia un mondo che non si riduce all’azione delle loro (peraltro stimabili) superstar delle banche centrali, ai nostri amélioristi non interessa né poco né punto. L’Unione europea la Nuova Grande Cacania trasformata in una immensa Svizzerona concentrata solo a offrire una moneta rifugio mentre le contraddizioni mondiali si radicalizzano, è tutto quel che interessa ai nostri eredi del mitico Pangloss, la caricatura volterriana di un Leibniz per cui tutto andava bene nel migliore degli universi possibili. E seguendo questo approccio non si può non arrivare a condannare senza appello sia la Gran Bretagna che esce dall’Unione europea sia la (pur obiettivamente pasticciata) amministrazione Trump.

A chi invece il mondo appare oggi senza un vero equilibrio, le scelte di chi cerca una via per riacquisire la soggettività necessaria ad affrontare le nuove sfide appaiono, anche quando timide o arruffate, sempre meglio della terrificante dittatura del politically correct con cui Barack Obama ha devastato i sistemi di alleanze degli Stati Uniti, perdendo per strada punti di riferimento pluridecennali come la Turchia, le Filippine, il Pakistan, e ha facilitato l’influenza arrogante di una Germania che non sa bene come esercitare la propria guida, se non accumulando diritti di veto e ricatti economici con effetti profondamente deleteri anche per tutti gli equilibri politici continentali e globali. Naturalmente non si tratta di sostituire visioni apologetiche delle May e dei Trump a quelle esaltate dei nostri amélioristi per Merkel & co., è indispensabile però in un momento così delicato, se non si è in guerra, in campagna elettorale o sul libro paga di qualche sistema di influenza, favorire un approccio critico che consenta soluzioni consapevoli cioè non quelle spesso imposte, ora da retoriche sballate ma politicamente corrette ora da veri ricatti economici, a noi italiani dal 1992 in avanti.

Aggiungi un commento