L'avevamo scritto ed è successo

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via col vento

“Ci manca solo che in America i politicamente corretti cancellino anche Via col Vento”: lo avevamo scritto come battuta due settimane fa, a proposito della “guerra” americana alle statue di personaggi entrati nel mirino dell’ideologia radical chic, statue da abbattere perché in qualche modo ricondotte al passato schiavista del sud degli states. Lo avevamo scritto come battuta, senza sapere che già era successo: il teatro Orpheum di Memphis, dopo la proiezione annuale del film campione di premi oscar, fatta lo scorso 11 agosto – da 34 anni è proiettato nell’ambito della serie dei classici – ha ricevuto commenti e proteste tali da decidere che questa è stata l’ultima proiezione, perché “l’Orfeo non può mostrare un film insensibile a un ampio segmento della sua popolazione locale”, popolazione che pare sia stata particolarmente offesa dalla visione romantica del vecchio sud offerta da “Via col vento”, indifferente al fatto che fu proprio in quel film che la prima donna afroamericana vinse un Oscar: era Hattie McDaniel, la strepitosa Mamy.

Mentre aspettiamo una prossima versione più consona alle nuove “sensibilità”, dove Tara sarà trasformata in un centro di accoglienza profughi, Rossella O’Hara nera e Mamy bianca, a parti invertite, e Toro Seduto nei panni di Rhett Butler, registriamo un “salto” di qualità istituzionale nell’insensata guerra americana al passato: a New York è il sindaco di origini italiane De Blasio a inserire un monumento a Cristoforo Colombo nell’elenco dei “simboli di odio” che una commissione cittadina dovrà valutare se abbattere o no. Tra l’altro, non è una statua qualsiasi, ma quella nel Columbus Circle, di fronte all’ingresso di Central Park sulla 59-esima strada. Tutte le distanze ufficiali dalla città di New York vengono misurate da quel punto.  E per far capire l’aria che tira, sempre a New York è stato trovato decapitato un busto del navigatore italiano, nel Columbus Memorial Park. Intanto non si contano più, negli Usa, le contestazioni e le rimozioni, più o meno violente, di monumenti di personaggi storici legati a un passato che in qualche modo ricordi che l’occidente “leader” ha la pelle bianca.

In effetti non c’è niente di nuovo in tutto questo: abbiamo già visto le stesse scene in Afghanistan, quando i talebani fecero in mille pezzi le statue dei Budda, o quando i soldati del Califfato islamico hanno distrutto a martellate statue e monumenti millenari dell’antico oriente. E la storia ci ricorda le migliaia di icone russe distrutte dal fuoco dei comunisti al potere, e andando indietro nel tempo ricordiamo Cluny, l’imponente abbazia che la rivoluzione francese trasformò in cava di pietra dopo averne bruciato gli archivi e saccheggiato la biblioteca, e l’elenco potrebbe farsi molto lungo. Il primo segno di una ideologia violenta che prende il potere è la irrefrenabile volontà di distruzione nei confronti del passato, anche quello più innocuo, che va letteralmente cancellato. E’ a seguito di una guerra che si riscrivono i testi di storia, e a farlo non possono che essere i vincitori.

La furia iconoclasta del politicamente corretto in salsa americana non trova ostacoli sulla sua strada: i nostri intellettuali, politici, opinion leaders, sono talmente accecati dal loro odio verso Trump da non riuscire a vedere altro, e da non rendersi conto di quello che sta succedendo. Un odio viscerale e distruttivo verso la propria storia sta corrodendo dal di dentro la più grande democrazia del mondo occidentale: ricordiamoci che quando qualcosa nasce, in America, non si ferma mai là. Prima o poi attraversa l’oceano, e ci raggiunge.

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