La dittatura degli algoritmi

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Google non è solo il motore di ricerca a cui, ogni giorno, accedono miliardi di utenti per interrogare il web sulle più disparate forme di curiosità e conoscenza. Ma è una vera e propria galassia composta da tanti piccoli/grandi pianeti che gravitano nella nostra quotidianità in modo ormai talmente ovvio e naturale che chiunque, oggi, faticherebbe a immaginare un mondo senza le Google App. Senza queste non ci sono musica, foto, video, notizie, chat, meteo e traduzioni. Non ci sono giochi, né email, e neppure un calendario che ricordi gli appuntamenti o la periodicità degli allenamenti in palestra. Difficile, poi, pensare di mettersi in viaggio senza essere certi di poter contare sulla voce metallica che indica il tragitto o segnala i limiti di velocità.

Il confine tra massima efficienza e subdola dominazione è sottile. Certo, nessuno può negare di non aver mai pensato, anche sono una volta, “fortuna che c’è”. Ma, senza che nessuno se ne accorga, la sua imperante presenza rischia di soffocare la libertà di pensiero e di espressione. A suo modo, anche quella degli algoritmi è una dittatura, e come tale, da temere. Soprattutto quando si ha la percezione che il web non sia poi uno spazio così libero e che, anzi, le sue formule e i suoi trucchetti di alta ingegneria non siano altro che sofisticati strumenti di censura.

Facciamo qualche esempio concreto. AdSense è il braccio operativo che Google utilizza nel settore della monetizzazione dei contenuti online: in pratica, mette in contatto gli inserzionisti e gli editori (piccoli o grandi che siano) facendo in modo che la pubblicità venga piazzata nella piattaforma più idonea ai contenuti che vuole promuovere. Mediato da Google è anche il pagamento che, ovviamente, è proporzionale al numero di “click” registrati dai banner. Succede però sempre più spesso che il team della multinazionale americana non si limiti solo a gestire codici e algoritmi ma si spinga oltre la semplice mediazione fino a valutare i contenuti e a decidere se possono, o meno, riscuotere il compenso che gli spetta. Il caso più recente è quello di un sito d’informazione americano, The Liberative Conservative, a cui Google ha scritto per chiedere, formalmente, di rimuovere un articolo sugli scontri di Charlottesville perché non in linea con la policy adottata dall’azienda. Nel merito, il pezzo spiegava la differenza tra il nazismo e l’odierna “high right” americana, argomento che Google ha evidentemente classificato nella sezione dei contenuti “dispregiativi e pericolosi”, di quelli che incitano “all'odio, alla discriminazione alla denigrazione per motivi legati a razza, etnia, religione, disabilità, età, nazionalità, condizione di reduce di guerra, orientamento o identità sessuale”. Cosa succede se l’editore non obbedisce? Semplicemente, minaccia la lettera, perde il compenso che gli spetta.

Questa è censura. Con l’aggravante che l’arma di ricatto è davvero subdola trattandosi di somme che, seppure spesso esigue, possono sul serio fare la differenza nei bilanci delle piccole realtà editoriali. Qualcuno, a Google, si è davvero messo a leggere il pezzo di James Allsup?  Può un computer riuscire a capire se un articolo è scritto per puro interesse ideologico o per mera analisi di un episodio di cronaca? E’ sempre più difficile, oggigiorno, raccontare il mondo in maniera intellettualmente libera e onesta, e la posizione dominante del colosso Google non fa che aggravare la situazione. E non è fantapolitica ma realtà perché è successo anche a noi de L’Occidentale: alcune volte, per esempio, Facebook (che in quanto a policy si muove esattamente nella stessa direzione di Google), ci ha impedito di accedere ai servizi di promozione pubblicitaria, e così Twitter, ora perché pubblicavamo contenuti legati all’ex consigliere di Trump, Bannon, e al terrorismo islamico, ora perché postavamo articoli relativi alle violenze sessuali avvenuti per mano di immigrati di origine musulmana.

Se ne sono accorti persino i grandi “giornaloni” americani che qualcosa non va. Il Washington Post e il Wall Street Journal stanno per esempio indagando le strategie di lobbying messe a punto negli ultimi anni da Google, che investe in maniera molto consistente in fondazioni politico-culturali e accademie di professionisti, come quelle per giornalisti e avvocati, al fine di ampliare una rete di fedelissimi a sostegno della sua crescita indisturbata. Il New York Times racconta che negli ultimi cinque anni Google ha messo a punto una strategia commerciale per entrare nelle scuole pubbliche: in pratica, ingaggia presidi e professori che si impegnano a testare le sue bellissime nuove applicazioni e i suoi prodotti direttamente in classe. Tra questi ci sono anche i “Chromebooks”, un sistema operativo per pc portatili a basso costo, che Google adesso vuole utilizzare per fare concorrenza a Apple e Microsoft.

Al di là delle opinabili strategie commerciali, la questione è che Google punta alle scuole per diventare il punto di riferimento tecnico, culturale ed educativo delle nuove generazioni. Non è solo una questione di soldi, seppure molto importante, ma proprio di approccio agli orientamenti dello studio e del sapere. E’ inquietante pensare, soprattutto alla luce del ruolo censore che ormai Google esercita senza riserve, che i bambini di oggi, cittadini del domani, corrono il rischio di conoscere solo "quella" storia che il grande fratello Google deciderà di raccontargli.  

 

 

CommentiCommenti 3

Marco Andreacchio (non verificato) said:

"Loi sai che i papaveri son alti, alti, alti...che cosa ci puoi far?" Lo sai ch'il Leviatano é grande, grande, grande...