Questione di prospettiva

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minniti renzi

Inutile negare: l’uomo del momento, la figura chiave tra i membri del governo (e non solo) non è il premier Paolo Gentiloni, bensì il ministro dell’Interno Marco Minniti. Non è un mistero infatti che Minniti in questi mesi ha lentamente conquistato spazio e anche popolarità. E non solo in Italia. Tant’è che ieri il ministro dell’Interno è sbarcato addirittura sulle colonne del Guardian che si è occupato della sua politica per la riduzione degli sbarchi di immigrati in Italia, operazione che ha portato Minniti a vestire più volte anche i panni del ministro degli Esteri (con buona pace di Alfano).

E non è un caso se dietro alla ripresa dei rapporti tra Italia e Egitto relativamente anche al caso Regeni ci sia proprio la sua regia. Minniti ha probabilmente compreso bene che la stabilità della Libia e dunque la possibilità di ridurre i flussi migratori, passano anche per l’Egitto. E in particolare con il recupero dei rapporti con il presidente egiziano Al Sisi che a sua volta – guarda caso – ha una certa influenza sul generale Haftar che controlla buona parte del territorio libico e che non ha mai nascosto la sua disponibilità a collaborare con l’Italia per la gestione dei flussi migratori. Ma l’Italia, fino ad ora, ha preferito interloquire solo con il governo di Fajez Al Sarraj che però controlla a malapena Tripoli e dintorni. Quindi, la nuova strategia è chiara: ricucire con Al Sisi, aprire ad Haftar (che Minniti ha incontrato l'altro ieri a Bengasi) per avere così rapporti con entrambi i governi libici, cosa che potrebbe garantire una maggiore stabilità all’area.

Alla luce di quanto detto, però una cosa emerge con chiarezza: la popolarità di Minniti deriva praticamente dall’aver sconfessato e ribaltato le politiche fallimentari portate avanti su questi fronti dal Governo Renzi, con Gentiloni ministro degli Esteri. Chi, infatti, ha puntato tutto sull’accoglienza sregolata “senza se e senza ma” (con ogni probabilità in cambio di maggiore flessibilità da parte dell’Europa e quindi più possibilità di spesa) è stato proprio il trio Renzi-Gentiloni-Alfano. Chi ha puntato tutto sul governo debole di Al Sarraj, seguendo le politiche obamiane, è stato il duo Renzi-Gentiloni. Chi ha rotto i ponti con l’Egitto di Al Sisi richiamando l’ambasciatore a Roma, è stato sempre il duo Renzi-Gentiloni. Quindi, per assurdo, il punto di forza di Minniti sta proprio nell’aver rovesciato le politiche renziane. E non è un caso se ora Renzi e Gentiloni sono costretti a seguire proprio la linea del ministro dell’Interno (in quest’ottica rientra il dietrofront renziano sull’immigrazione, della serie “aiutiamoli a casa loro”).

Ma non è tutto. Prendendo di petto la questione immigrazione, usando palesemente politiche e parole d’ordine più di destra che di sinistra, il buon Minniti sta paradossalmente riuscendo nell’impresa di riprendere quell’elettorato di sinistra, fatto anche di sindaci e amministratori Pd, insofferenti all’accoglienza sregolata e a quelle politiche renziane finalizzate invece ad acchiappare -senza successo- l’elettorato di destra (ricordate il partito della nazione?). In poche parole, usando linguaggio e parole d’ordine di destra in tema di sicurezza e immigrazione , il ministro dell’Interno sta probabilmente recuperando voti moderati di sinistra. Conclusione? Renzi non si può lamentare: se Minniti sta conquistando sempre più spazio, non è certo solo merito del Ministro dell’Interno, ma responsabilità delle sue strategie fallimentari.

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