Svolta o crisi?

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di maio di battista

Ormai è sempre più chiaro: il M5S è ad un punto di svolta. Le elezioni politiche si avvicinano e all’interno del Movimento si fa largo, anche con una certa fretta, la necessità di accreditarsi agli occhi di tutti come “forza di governo” (dire partito sarebbe un po’ troppo). Ma per fare questo bisogna uscire dall’immagine del “movimento di protesta”. O perlomeno cercare di farlo. In questa direzione rientra la partecipazione di Luigi Di Maio al Forum Ambrosetti di Cernobbio, classica passerella per uomini di governo, dove il premier in pectore del Movimento ha cercato di rassicurare tutti, usando espressioni del tipo “il M5S non vuole uscire dall’euro”. Come dire: state tranquilli. Non siamo poi diversi dagli altri, siamo, casomai, "più uguali", come insegnava Orwell.

Ma così facendo il buon Gigino ha servito a tutti su un piatto d’argento l’ennesima giravolta pentastellata, dato che l’uscita dall’euro era uno dei temi chiave del Movimento. Era, appunto. E si perché, la fretta di compiere il passaggio da movimento di rabbia a partito di governo, ha più volte fatto cadere i 5 Stelle in questo tranello: pur di accreditarci ricalibriamo le nostre posizioni in base a come conviene. Elettoralmente parlando. Altro esempio di giravolta è quello sull’immigrazione. Mentre la base, qualche tempo fa, aveva detto sì alla depenalizzazione del reato di clandestinità, poi “il capo” ha fatto dietrofront. Oppure sullo ius soli: Grillo ha dichiarato che la legge in discussione in Parlamento è “un pastrocchio invotabile” e “un provvedimento senza capo né coda”, ma ad inizio legislatura i suoi avevano presentato in Parlamento (proposta di legge c.1204 del 14 giugno 2013) una proposta quasi identica, anzi ancora più favorevole per i figli degli immigrati.

Insomma, i cinquestelle hanno capito che qualcosa deve cambiare. Ma è il “come” il vero problema. E ora vogliono giocare il tutto per tutto nelle elezioni siciliane perché sanno bene che una vittoria sull’Isola sarebbe un ottimo viatico per arrivare a Palazzo Chigi. Ma, si sa, la gatta frettolosa fa i figli ciechi. La trasformazione da movimento di protesta a forza credibile che si candida a governare il Paese, non è un operazione che si fa dall’oggi al domani, magari solo cambiando posizioni o con qualche restyling di immagine. Ma si fa formando una classe dirigente in grado di governare e di sapere gestire i problemi del Paese. Ed qui che casca l’asino. Perché se l’ “assenza di esperienza politica” veniva presentata come garanzia di efficienza e di novità, oggi le esperienze locali targate 5 Stelle stanno dimostrando l’esatto contrario.

Lo dicevamo proprio ieri sull’Occidentale: alcune delle più grandi delusioni sono arrivate proprio dagli amministratori locali del Movimento, ovvero da quelli che per primi avrebbero dovuto anticipare il “paradigma” di buongoverno grillino. Ma che invece, almeno fino ad ora, di 5 Stelle hanno dimostrato ben poco. Le cattive gestioni dei fatti di Livorno e di Torino, unite alla “zavorra mediatica” delle enormi difficoltà dell’amministrazione romana, sono sotto gli occhi di tutti. Così come sono sotto gli occhi di tutti i vari ricorsi e problemi giuridici provocati dal sistema di voto grillino per la selezione dei candidati. Basta ricordare il caso di Genova, patria del Grande Capo Grillo, dove alle amministrative il pasticciaccio brutto delle candidature ha certamente influito sul flop elettorale dei 5stelle. L’ultimo problema, in ordine di tempo, è stato prodotto dalla decisione di oggi del Tribunale di Palermo di “congelare” la candidatura del pentastellato Giancarlo Cancelleri a governatore della Sicilia, a seguito del ricorso presentato dall'attivista Mauro Giulivi che contesta la sua esclusione dalle 'regionarie'.

Insomma, forse per arrivare a diventare forza di governo, più che sbandierare novità è necessario formare una classe dirigente adeguata, selezionata in modo credibile, in grado di gestire e risolvere i problemi del territorio. Ma, probabilmente, questo passaggio per i 5 Stelle è ancora in download.

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