Nel mirino Iran e Corea del Nord

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Il discorso tutto all’attacco del presidente Trump alle Nazioni Unite è stato salutato con grandi lodi da uno dei falchi dell'amministrazione Bush, l’ex ambasciatore al Palazzo di Vetro, John Bolton. Il senso complessivo del discorso di Trump infatti, l’Onu cambi registro e la smetta con l’equivalenza morale tra democrazie e regimi autoritari o gli Usa chiuderanno i rubinetti dei finanziamenti, è miele per tipi come Bolton, che, all’epoca della guerra in Iraq, fece più volte scalpore nei paludati corridoi onusiani, come quando se ne uscì dicendo che qualche piano del Palazzo di Vetro doveva essere chiuso visto che si spendeva e spandeva senza ottenere risultati concreti. 

Se non esiti tragicamente paradossali come dare spazio nel consesso delle nazioni a regimi dittatoriali e negazionisti tipo Iran e Corea del Nord, ma anche Venezuela e Cuba, che Trump ha rimesso nella lista degli "stati canaglia", aggiungendo un minaccioso avvertimento al nordocoreano Kim (e alla Cina), basta missili o la Nord Corea verrà rasa al suolo, letterale. Trump ha accusato l'Iran di fomentare l’Hezbollah e gli altri gruppi del terrorismo palestinese, cose che all’Onu le diceva solo il premier israeliano Netanyahu, sottolinea in un suo articolo Fiamma Nirenstein, e che adesso ascoltiamo anche nei pronunciamenti del presidente Usa. Tutto questo com’era prevedibile ha riaperto la discussione su che tipo di politica estera sta portando avanti l’amministrazione Usa dopo gli ormai conclamati fallimenti obamiani (le primavere arabe o quella Ucraina), e se per caso si sta tornando al modello “neoconservatore” del primato Usa nel nuovo secolo americano, in un mondo diviso tra buoni e cattivi sulla base di valutazioni idealistiche e morali. 

Attenzione però a non scambiare il presidente Trump per quello che non è. Trump non ha nessuna intenzione di “esportare” altrove la democrazia, al massimo di difenderla sotto forma di sovranità nazionale. Non toccate quella americana, e gli interessi collegati, e la nostra rete di alleanze, dice il presidente, o ne pagherete la conseguenze sulla vostra, di sovranità. Insomma l’incendiario discorso del Don all’Onu più che un revival “neocon” è un ultimatum agli onusiani: come con la Nato e i partner europei, l’andazzo alle Nazioni Unite deve cambiare. Vedremo da questo punto di vista quali saranno le prossime mosse dell'ambasciatore Usa all'Onu Nikky Haley. La conferma di quello che stiamo dicendo sta nei fatti, visto che, fino a questo momento, al di là della sventagliata di missili ordinata come ritorsione da Trump contro il regime siriano protetto dalla Russia, il Don ha incontrato Putin, non ha ordinato ancora ritorsioni contro la Corea del Nord, ha criticato pesantemente l’accordo con l’Iran stretto da Obama ma senza delegittimare del tutto il presidente Rohani. 

Trump ha capito che quello in cui si sta muovendo è uno scenario multipolare e pur rivendicando valori tradizionali della politica estera Usa, non sembra proprio il tipo che vuole andare a insegnare ai talebani come si vota in un parlamento democratico. Se mai, lanciargli sulla testa una bomba ad alto potenziale quello sì, come ha già fatto, perché la nuova America trumpista non ha certo rinunciato ai suoi legittimi interessi di potenza.

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