E io pago!

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“Le clausole di salvaguardia? Nella prossima legge di bilancio saranno eliminate”. Il ministro dell’Economia Padoan qualche giorno fa non aveva dubbi: il rischio che l’Iva per il 2018 possa passare automaticamente dal 22 al 25% al fine di recuperare risorse mancanti per colmare il deficit è scongiurato. Tutto ok, quindi? Pare proprio di no.

Dall’analisi della Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Def), approvato dal Consiglio dei ministri, emerge che per la disattivazione delle clausole di salvaguardia Iva al momento "c’è una mancanza di copertura, ovvero di un buco, pari a oltre 5 miliardi di euro". A segnalarlo è stato il Centro studi di Unimpresa. In effetti, per disattivare le clausole occorrono 15,7 miliardi di euro. Il governo, per ora, ne ha reperiti solo 10. Ne consegue che mancano ben 5,4 miliardi di euro per concludere l’operazione. Non proprio una cifra irrisoria, dunque.

Ma non è tutto. Perché, oltre che chiedersi come e dove verranno reperiti questi 5 miliardi, viene spontaneo domandarsi da dove arrivano questi 10 miliardi già previsti dal governo. E la risposta, sempre fornita da Unimpresa, purtroppo, è alquanto scontata: “per congelare l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, il governo intende infatti utilizzare deficit aggiuntivo pari allo 0,6% del pil”. Tradotto: aumenta il debito pubblico. Ed è lo stesso documento del Tesoro  a certificarlo dicendo che l’anno prossimo il rapporto deficit/pil passerà dall’ 1,2% all’1,6%. Questo significa una sola cosa: per far riequilibrare i conti, oltre alla spesa pubblica, aumenteranno anche le tasse, come conferma anche il Presidente di Unimpresa Giovanna Ferrara: “Un intervento in deficit rappresenta comunque una spudorata partita di giro perché crescerà gioco forza il debito e prima o poi il conto, sotto forma di nuove tasse”.

In ogni caso, la prova del nove si avrà quando la legge di stabilità sbarcherà in Parlamento. Ma stando così le cose, pare proprio che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. È il solito e reiterato schema delle politiche economiche (se così le possiamo definire) dei governi di sinistra: tassa e spendi. E in entrambi i casi a farne le spese sono i cittadini. 

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