E la privacy?

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gentiloni sorveglianza online

Infilato in uno di quei provvedimenti che tengono dentro un po’ di tutto, come il decreto “Milleproroghe”, da approvare in tempi strettissimi in vista delle imminenti scadenze, il governo Gentiloni sta introducendo in Italia quella che sembrerebbe una sorta di sorveglianza di massa. Il cavallo di troia usato per questa operazione è la legge sulle “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell’Italia all'Unione europea – Legge europea 2017”, approvata a luglio dalla Camera, e in aula al Senato proprio in questi giorni. La natura del provvedimento è tale da non richiedere lunghe discussioni per approfondirlo, non c’è tempo. Eppure contiene due piccoli paragrafi che meriterebbero davvero una valutazione attenta e accurata perché introducono novità di non poco conto su privacy e trattamento di dati personali.

In pratica, la legge, che cavalca il movente della prevenzione del terrorismo, innalza da due a sei anni i tempi di conservazione dei dati telefonici e web riconducibili a ogni singolo utente. Per “dati” si intende qualsiasi cosa sia stata fatta con il cellulare o su internet: chiamate (anche quelle senza risposta), chat, mail, sms, foto, video, musica, rubrica, siti visitati, contatori, mappe e conversazioni. I provider se ne “prenderanno cura” aspettando che, prima o poi, l’autorità giudiziaria gliele chieda per risolvere un caso.

Cosa succederebbe, però, se qualcuno, per esempio un hacker, riuscisse ad avere accesso a queste gigantesche banche dati? Gli scenari legati all’uso improprio di queste informazioni, tra cui posso finirci frammenti di telefonate o parole digitate per gioco o curiosità sui motori di ricerca, dovrebbero bastare a porre un freno a questa inutile quanto pericolosa “schedatura” di massa. La “data retention”, non va dimenticato, è terreno scivoloso anche per implicazioni di tipo commerciale, considerato il valore inestimabile che i dati personali hanno per le grandi aziende sempre a caccia di pubblici altamente selezionati.

E non è tutto. La norma assegna all’Agcom, l’Autorità Garante delle comunicazioni, il compito di intervenire in via cautelare sulle azioni online facendo in modo, per esempio, che un utente non pubblichi più un determinato contenuto. Ciò significherebbe autorizzare, senza alcun intervento della magistratura, una sorta di “intercettazione” dell’utente e del suo “pedinamento” fino a bloccarlo. La tecnica che consente di fare tutto questo si chiama Deep Packet Inspection e, giusto per rendere meglio l’idea, i Governi che la usano sono Cina e Iran. 

CommentiCommenti 3

maboba (non verificato) said:

Meno male che ve ne siete occupati. Sorprende ed inquieta allo stesso tempo che nessuna forza politica si sia resa conto della faccenda ( a parte il PD ovviamente, o perlomeno i promotori) in tempi utili. Solo Salvini ha dato segni e comunque in ritardo. Se le forze del CDx invece di litigare su chi deve guidarlo, fossero più attente e sesnsibili forse guadagnerebbero qualche punto in più. A meno che in fondo qualcuno (e dico FI?) sia d'accordo in nome di inciuci attuali (vivendi) e futuri (governo PD-FI? governo tecnico?).