Hispanidad alla prova

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Hispanidad

Il 12 ottobre in Spagna è festa nazionale per la commemorazione della scoperta dell’America, la festa dell’hispanidad, un orgoglio nazionale. Ma le celebrazioni di quest’anno hanno un significato particolare: dietro alla bandiere che, come non mai, da una settimana sventolano a Madrid, si estende l’ombra della crisi catalana. “Ci sono bandiere ovunque, mai visto nulla di simile. Eppure al di là della grande parata militare proprio vicino a casa nostra, sul Paseo de la Castellana, nel centro della città, di militari se ne vedono pochi: c’è la sensazione che tanti siano stati già spostati verso Nord. Viene perfino da chiedersi cosa accadrebbe se ci fosse un attentato in città oggi”.

A parlare è Paola Demarchi, italiana che vive nella capitale spagnola da 14 anni e che lavora nell’ambito della moda. “È una situazione complessa, anche tra gli stranieri c’è timore di quel che può accadere. Proprio oggi parlavo con amici tedeschi e mi hanno detto che la loro azienda, che si trova in Catalogna, potrebbe decidere di chiudere e trasferirsi. Lo showroom dove lavoro a Madrid è di proprietà di catalani e loro sono per l’indipendenza. Pare che l’impatto economico passi in secondo piano in questo momento. Quello che più temono qui è che possa scatenarsi una sorta di guerra civile, che davvero l’esercito spagnolo possa prendere le armi contro una parte del suo stesso popolo e possano scoppiare violenze. Qui tutti sperano che alla fine prevalga il dialogo e che, eventualmente, possa essere accettato il compromesso di uno stato federale visto che non è solo la Catalogna a volere la propria autonomia”.

Il conto alla rovescia dell’ultimatum posto dal premier spagnolo Mariano Rajoy al presidente catalano Carlos Puigdemont, “5 giorni per fermarvi”, è partito e scade lunedì. Poi ci saranno altri tre giorni in cui Puigdemont potrà ratificare la propria decisione. Con la festa nazionale molte scuole chiudono per il ponte e in tanti lasciano la città, una sorta di collettiva pausa di riflessione. Perché, come ha scritto Francesc-Marc Álvaro nel suo editoriale di oggi su “L’Avanguardia”, "No hay salida sin diálogo". Non c’è uscita senza dialogo.

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