E noi paghiamo!

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alitalia soldi pubblici

Alitalia? Se ne tornerà a parlare in primavera. Dopo le elezioni, ovviamente. A stabilirlo è il decreto fiscale collegato alla manovra e approvato venerdì dal Consiglio dei ministri. “Si rende opportuna una proroga tecnica, fino al 30 aprile 2018, del termine per la conclusione della gara” fanno sapere dal Ministero dello sviluppo economico. La ragione principale, manco a dirlo, è che fino ad ora nessuno ha presentato un offerta concreta per l’acquisto dell'azienda “per intero” (ricordiamo che Ryanair che sembrava l’unica orientata verso questa opzione si già sfilata da un pezzo).

Questo vuol dire, in primo luogo, che se l’obiettivo principale del trio Gentiloni-Calenda-Delrio era quello di evitare la vendita “a spezzatino”, in futuro, sempre se si vuole arrivare ad una vendita, con ogni probabilità questa ipotesi dovrà essere tenuta seriamente in considerazione. E, in secondo luogo, che sono necessari altri soldi per mandare avanti la carretta, soprattutto per evitare che in tempo di elezioni finiscano i liquidi per far volare gli aerei (cosa che il Pd, in tempi di magra come questi, proprio non può permettersi). In effetti, il governo ha prontamente aumentato il prestito ponte da 600 a 900 milioni di euro. Scelta che, arrivati a questo punto, era quasi scontata, tanto che già a luglio il ministro Delrio l’aveva messa in cantiere dicendo che per il salvataggio poteva rendersi necessario “il prolungamento dell’azione commissariale e altro denaro pubblico”.

Anche perché l’azienda, per ammissione dello stesso ministro, ha criticità strutturali quali “costi di approvvigionamento del carburante molto onerosi, contratti di leasing sugli aerei molto onerosi, una flotta non moderna”. In pratica, stando a quest’elenco tragico fornitoci dallo stesso Delrio, ciò che rende “non appetibile” Alitalia sono proprio le scelte fallimentari contenute nel piano industriale degli arabi di Etihad varato nel 2014 con la solenne benedizione del governo Renzi che tutto ha fatto tranne quello che si era prefissato, ovvero rilanciare l’ormai ex compagnia di bandiera.

Ed ecco perché ora, per salvare il salvabile e mascherare l’ennesimo fallimento della Renzinomics, la politica economica renziana, il governo è disposto (quasi “costretto”) a buttare altro denaro pubblico. È vero che, come riferisce il Ministero dello sviluppo economico, il prestito va restituito in prededuzione, cioè prima di ogni altro debito, alla fine della procedura, ma dato che la cessione è ancora lontana e al momento lo spezzatino pare l’unica soluzione possibile, la restituzione (per ora) è tutta un rebus. Invece, l’unica cosa certa di operazioni come queste è che, in fin dei conti, a pagarne le conseguenze sono sempre lavoratori e cittadini. 

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